chiara-appendino-virginia-raggi.630x360Al di là dei risultati di queste elezioni amministrative, una delle cose che più è emersa dalla vittoria e prima ancora dalla campagna elettorale di due figure femminili come Chiara Appendino e Virginia Raggi è stato l’uso spropositato del termine “sindaca”. Chiariamo subito le cose: so perfettamente che tale termine sia designato come giusto morfologicamente perché rispetta le regole di flessione di genere della grammatica italiana, ma semanticamente è usato in maniera sbagliata – dalla Appendino e da tutte quelle che lo usano per prendere voti dalle femministe che si battono per lotte futili come questa anziché per vere battaglie e per i veri diritti delle donne –  perché il termine “sindaco” indica una CARICA ISTITUZIONALE, non un genere, quindi indicando una carica istituzionale è palese che chi la copre possa essere uomo o donna, per cui è come se il termine “sindaco”, come “ministro” et similia, non avessero un genere specifico, pur seguendo forme di flessione maschile. Ho provato a spiegare tutto questo – tra l’altro più che una mia opinione è un dato di fatto, una spiegazione tecnica – ma evidentemente non è stato di facile comprensione per coloro che, definendosi femministe, hanno iniziato a dirmi che devo vergognarmi perché non difendo i diritti delle donne, perché ogni lotta è giusta, anche quelle più piccole come questa e perché è giusto che una donna si senta discriminata se un uomo saluta un gruppo di persone con un “Buongiorno ragazzi” anche se nel gruppo prevale la componente femminile.

Ma perché dovrei vergognarmi? Perché sostengo che sia inutile accanirsi verso un termine flesso al maschile, anziché al femminile? No, non me ne vergogno affatto. Prima di tutto perché di tale termine proprio in questa campagna elettorale si è abusato prima di tutto per scopi politici, più che per ottenere “diritti”, in secondo luogo perché  io sono donna e per prima mi batto per i miei diritti e proprio per questo motivo capisco che le lotte per avere il genere femminile di termini come “sindaco” o “ministro”  sia totalmente inutile. Ci sono diritti che ci sono negati ben più importanti, ma evidentemente queste pseudo femministe non se ne accorgono perché sono impegnate a perdere tempo dietro queste piccolezze. L’importanza di noi donne NON si vede da una parola declinata al femminile, ma dal nostro vero valore, dalle nostre capacità. In norvegese, in tedesco e in altre lingue nordiche ci sono termini che indicano le donne che sono di genere neutro, eppure non vedo le femministe di tali paesi battersi per cambiare questo, le vedo impegnate in lotte ben più importanti e raggiungere risultati concreti, non una parola “finalmente” declinata al femminile.

Ho fatto notare anche questo a chi mi accusava di non lottare per le donne e mi è stato risposto che sono una “benaltrista”, che ogni tipo di battaglia a favore delle donne va bene e che non è giusto che una donna si senta discriminata perché chiamata “sindaco” e non “sindaca”. Premesso che se una persona, uomo o donna che sia, per appellarsi a un primo cittadino di sesso femminile usa il termine “sindaco” di certo non lo fa per discriminarla, bensì perché si sta riferendo a una carica e non di certo al sesso del sindaco in questione, davvero ci sono donne che si sentono discriminate per queste cose? Io non ci posso credere, sul serio.  Io non mi sento offesa né discriminata se nel mio gruppo di amici, composto in egual modo da ragazzi e ragazze, qualcuno arriva dicendo “Ciao ragazzi”, perché so che non nessuno mi sta discriminando. Trovo pesanti tutti questi “Buongiorno a tutt*” che girano per la rete più per evitare di incappare in polemiche da parte di donne che si sentono discriminate da un semplice saluto, che per vero riconoscimento di “diritti” alle donne. Per questo ritengo che sia un accanimento inutile. Ripeto, le femministe dei paesi citati da me prima hanno raggiunto ottimi risultati nettamente più importanti del genere femminile di un termine, semplicemente perché si sono occupate di battaglie più serie e non si sono mai crucciate del fatto che, per esempio, la parola “ragazza” in tedesco sia addirittura di genere neutro. Forse perché hanno una mentalità nettamente più aperta di determinate donne italiane che si definiscono femministe. Io mi sento discriminata se sul posto di lavoro pagano di più un mio collega uomo che ha le mie stesse mansioni e magari svolge il suo lavoro peggio di me, oppure se mi viene detto che non posso coprire determinati ruoli perché sono una donna, non di certo se un mio docente, entrando in aula, saluta con un “Buongiorno ragazzi”.

Non metto in dubbio che la lingua italiana, come tante altre, sia una lingua patriarcale, ma al giorno d’oggi una lingua non deve più essere vista come discriminante solo per le sue consuetudini grammaticali e morfologiche! Questa battaglia che viene combattuta con fervore è assolutamente anacronistica. Dubito che qualcuno scelga di salutare con un “Ciao a tutti” per discriminare volutamente le donne, nessuno discrimina nessuno con il normale utilizzo della lingua italiana. Perciò sono costretta a ripetermi: davvero ci sono donne che si sentono discriminate per questi futili motivi? Davvero noi donne vogliamo sprecare energie per una lotta del genere, anziché impiegarle per ottenere diritti veri e ben più importanti? Sì? Allora avete ragione voi, sono una benaltrista incallita.