Nella mitologia scandinava il troll è una creatura umanoide e selvaggia che vive nelle foreste, tendenzialmente è malvagio o comunque molto dispettoso. In alcune varianti più mangia e più diventa grande e forte. Negli ultimi 30 anni, però, il termine troll ha iniziato a venire usato per indicare alcuni utenti delle community online (e dei social più recentemente) che si comportano in modo provocatorio e spregiudicato.

Non è semplice risalire precisamente a quando venne usato per la prima volta, probabilmente nei gruppi Usenet di fine anni ‘80 – inizio ‘90. Molti sostengono venne coniato nelle community che parlavano di folklore, utilizzato nella frase trolling for newbies:  un modo di dire fra utenti “esperti” che per scherzare facevano domande o chiedevano informazioni su argomenti molto e lungamente dibattuti a cui solo un nuovo utente poteva perder tempo a rispondere. Spesso questi utenti usavano delle identità virtuali fittizie, create apposta allo scopo. Se inizialmente era un modo un po’ nerd di scherzare online, presto la figura del troll si evolse assumendo delle caratteristiche più negative. Iniziarono così a dare risposte sbagliate alle domande di aiuto, interrompere le conversazioni, minare la reputazione di una comunità con, il alcuni casi, l’intento di farla chiudere o spostare l’utenza in una community amica. Il meccanismo faceva si che ad ogni risposta seria data a domanda o considerazione stupida, il troll tornasse all’attacco alimentato dalla risposta stessa, da qua la famosa frase “don’t feed the troll”, non dar motivi al troll (letteralmente “non dar da mangiare”) per andare avanti a far perdere tempo alle persone che leggono e rispondono.

Era la fine degli anni ‘90 e nel web c’era ancora molta ingenuità, fa quasi sorridere a pensarci adesso, perchè dai primi anni 2000 le cose precipitarono notevolmente e divennero molto ma molto più complesse. Nacquero infatti delle comunità virtuali in cui l’atto di trollare non solo era permesso ma era lo scopo principale. La più famosa è senz’altro 4chan, nata nel 2003 come luogo di discussione di immagini, anime e manga. Ben presto divenne un ritrovo di nerd del web e fucina di tantissimi fenomeni di internet (basti pensare ai meme in epoca contemporanea ma anche ai lolcat, rickrolling, ecc…). 4Chan permetteva – e permette tutt’oggi – di pubblicare commenti e immagini in forma anonima e questo ha fatto si che anche i contenuti più forti e controversi venissero pubblicati con minima censura. C’erano dei limiti da non superare, ovviamente, ma erano talmente pochi che lasciavano spazio a talmente tanto altro materiale che non era un problema. Non era un problema nel senso più ampio del termine. Si leggevano battutacce su neri e bianche, su cattolici, ebrei e musulmani, uomini e donne, gay o eterosessuali. Nessuno veniva escluso e tutti si doveva rispondere a tono. Si può dire che su 4chan il trolling sia diventato un’arte (anche grafica) e soprattutto un fenomeno sociale. Ancora oggi su siti come 4chan troviamo meme e modi di dire che nei prossimi anni diventeranno fenomeni culturali di massa. Sempre su 4chan nacque e si sviluppò quello che poi sarebbe diventato il gruppo hacker Anonymous: i primi “scherzi via internet” o i primi attacchi ddos vennero pensati e organizzati da utenti di 4chan. Non era ancora politicizzato e non c’era quell’intenzione di cambiare/salvare il mondo. Bisogna avere sempre in mente che quando parliamo di questo, tutto si svolgeva in tono scherzoso all’interno di un gruppo comunque ristretto di persone.

Quello che nessuno si aspettava è che questo fenomeno si sarebbe diffuso a tal punto da diventare mainstream e soprattutto a trasformarsi in un orda di disturbatori sistematici. Lo stesso 4chan divenne un luogo sicuro per gruppi di estrema destra che si impossessarono di alcuni elementi caratteristici (non esiste il copyright in questi posti) e ne fecero un proprio simbolo. Stessa storia avvenuta in tempi recenti con Pepe the frog, la rana verde ormai mascotte dell’ alt-right americana. Un esempio in tal senso è l’utilizzo del titolo clickbait che oggi fanno giornali e media in genere. In questi ambienti era una pratica assolutamente comune che spesso portava a pagine fantasma o a siti che non c’entravano nulla con la discussione di partenza.

Forum e imageboard anonime sono state la palestra di tanti troll o aspiranti tali che con i social avrebbero trovato terreno fertilissimo per continuare la loro opera di disturbo. La grossa differenza era nelle regole implicite che governavano questi mondi e nella composizione degli utenti: mentre nei vari “canali” o gruppi era un combattimento ad armi pari a chi era il più cinico o con la battuta più controversa, sui social tutto viene preso molto sul serio e gli utenti sono incredibilmente più creduloni. Per chi ha assistito e assiste al fenomeno conoscendone il sottotesto e i presupposti di partenza, è come vedere una lama calda entrare in un panetto di burro. La tossicità dei gruppi social che noi vediamo tutti i giorni ne è una diretta conseguenza, seppur con la complicità di una generale ignoranza degli utenti. Le gabbie si sono aperte e i matti sono usciti.

Alcuni studiosi del fenomeno sostengono che il momento esatto in cui le cose iniziarono a prendere questa piega fu nel 2003 quando il Presidente Bush, in piena guerra in Afghanistan e Iraq, disse agli americani di combattere il terrorismo andando a Disneland. Da quel momento per le community di 4chan e simili nothing but the lulz mattered, cioè contava solamente il “lulz”, una forma di cinismo nichilista misto al black humor mischiato con le varie sottoculture nerd. Di nuovo, finché la cosa fosse rimasta nei gruppi ristretti delle pagine nascoste di internet non sarebbe stato un problema. Però il fenomeno si diffuse, tra l’altro in maniera spontanea e non organizzata, e oggi molti affrontano le conseguenze senza averne cognizione di causa. Il problema alla base è che si vuole combattere con serietà un fenomeno che di serio non ha niente e non l’ha mai nemmeno voluto. Guerra persa in partenza. Quando leggo di qualche personalità che si chiede il perché di certi atteggiamenti, le motivazioni alla base, mi viene da ridere. La verità è che la motivazione è ancora quella del 2003: for the lulz. I troll sono ancora parte di una comunità invisibile in cui valgono le stesse regole di 30 anni fa, sono solo cambiate le metodologie, le parole e i riferimenti culturali. Non lo si fa per fama o esibizionismo, non c’è un secondo fine che non sia farsi una risata e passare ad altro. Non c’è nulla in comune con chi crea e diffonde fake news, non ci sono soldi, non ci sono manifesti politici. È la famosa risata che vuole seppellirvi ma che capiscono solo loro.

Personalmente io trovo anche molto affascinante il linguaggio dei troll ma non solo, di tutte le community in questione. Non parlo solamente delle parole che hanno influenzato il linguaggio comune – pensiamo a termini come troll, normies, meme, lol, kek, ecc – ma anche a tutto quel campionario di meta-linguaggio fatto di foto, link fasulli, gif, emoticon con caratteri ascii, ecc. È molto triste pensare che tutto quelle che ricorderemo di 4chan sarà qualche meme estrapolato dal contesto e non tutta la cultura pop che ha creato e diffuso.

Mi rendo conto che parlare di un fenomeno così complesso è molto difficile, specialmente in tempi come i nostri che richiedono brevità di esposizione per non perdere il lettore. Io stesso ho dovuto limitare il campo, evitando di addentrarmi nell’evoluzione del fenomeno dell’ultimo anno alimentato da Trump e dalla campagna elettorale americana. In questi 12 mesi la “battaglia” si è fatta aspra e politicizzata, con risultati incredibili. Lo stesso giornalismo serio e impegnato si è voluto sporcare le mani, uscendone spesso umiliato e incapace di cogliere la sottile ambivalenza di linguaggio tipica di questo periodo. Marchiando tutto come hate speech o odio gratuito sono stati marchiati a loro volta come sensitive snowflake, il corrispettivo del nostrano “buonista”.

Per approfondire questo argomento, consiglio la lettura di due saggi: This is Why We Can’t Have Nice Things di Whitney Phillips e il recente The Ambivalent Internet della Phillips stessa con Ryan Milner. Entrambi sono studiosi di comunicazione e studi letterari e hanno passato diverso tempo all’interno delle varie communty per fare ricerca sul campo. Potrete così farvi un’idea più precisa e completa ma ricordate: don’t feed the troll!