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Così come l’essere umano è disposto a compiere gli atti più crudeli per portare a termine un obbiettivo, Greenpace per sostenere la sua causa ha toccato ciò che la popolazione mondiale ha di più caro: Il Re Leone.

Qualche mese fa, con il sostegno della società olandese Studio Mack, la famosa associazione no-profit ha lanciato sul Web una campagna di sensibilizzazione che riproponeva l’epica scena iniziale del classico Disney privata della presenza di animali. Un video forte, un pugno nello stomaco, un trauma secondario solo alla morte di Mufasa. In un minuto e trentasette secondi Greenpeace è riuscita a distruggere l’infanzia di quella generazione che ha trascorso gli anni ’90 urlando parole a caso ogni volta che vedeva sorgere il Sole.

Ma se è doloroso vedere gli animali che hanno accompagnato la nostra infanzia dissolversi nel nulla, ancora più agghiacciante è essere consapevoli che questo futuro apocalittico non è riservato al solo continente nero. Quanto sarebbe facile, infatti, per noi italiani girare un sequel del video ambientandolo per esempio nella Terra dei Fuochi? Certo, in questo caso le dissolvenze dovrebbero essere applicate sugli esseri umani, ma per il resto non è che ci sia una grande differenza.

E mentre gli ambientalisti sperano di essere considerati un po’ di più e il popolo del Web tifa affinché Rafiki possa prendere in braccio Simba ancora una volta, l’italiano medio, che continua ad usare la macchina anche per spostarsi dalla cucina al bagno, forse sta cominciando a farsi due domande e a diventare più civile. Oppure, molto più probabilmente, sta cercando un accordo con la mafia per realizzare veramente il secondo episodio. La differenza è che questa volta il corto d’animazione lascerà il posto al documentario.

Buoni propositi: dopo averla cantata assieme a un tucano, riflettere sulla frase “è un mondo piccolo”.