Jonah_Lomu_Cardiff_croppedPer chi si intende di religione, ma anche per chi non s’intende, capita alle volte di incontrare persone difficili da definire tali. Entità magnetiche, che alla vista suscitano una strana emozione. È impossibile da spiegare, tanto meno da capire, ma così è.

Per chi si intende di sport, ma anche per chi non si intende, vi sono giocatori che hanno la stessa aura magica. Sono quelli che fanno appassionare alla loro disciplina anche chi non immagina minimamente le regole. Sono personaggi che non puoi odiare neanche se eliminano la tua nazionale o la tua squadra del cuore. Perché lo fanno con il sorriso dipinto di chi sa già come andrà a finire, con la regalità del fuoriclasse, con lo charme dell’atleta vero.

Potrei parlavi di Michael Jordan o potrei parlarvi di Pelé, e invece parlo di Jonah Lomu. Tre quarti ala spaventoso della nazionale di rugby neozelandese. Parlo di lui perché si è spento, all’età di 40 anni, martedi 18 novembre. Per chi s’intende di religione e sport, ma anche per chi non s’intende, Jonah Lomu è stato e sarà per molto tempo, ciò che di più simile c’è ad una divinità sportiva.

32 denti schierati in un enorme sorriso, il tutto sorretto da un corpo di 2 metri per 120 chilogrammi. Divinità, si, perché i numeri ed i record non servono a spiegare cos’è stato per il rugby. Basta vedere qualche sua azione su internet per maledire tutto il tempo sprecato a fare altro, anziché godere del suo agire. Potenza, determinazione, velocità, intelligenza e classe. Divinità perché a due giorni dalla sua dipartita, già si parla di lui al passato remoto. Come qualcosa di inciso per sempre nel granito della storia.

Se dovesse mancare dell’enfasi al personaggio, mettiamoci anche che era, o meglio “fu” neozelandese. Ciò implica, tra il resto, la Haka prima di ogni esibizione della nazionale. Una danza intimidatoria che i giocatori, denominati All Blacks, praticano prima del match, guardando fisso negli occhi l’avversario.

Ringrazio ogni singolo giorno di non aver mai giocato a rugby, perché di fronte a tale onnipotenza mi sarebbe mancato il coraggio di legarmi le scarpe.622px-Mardel_24-1-01_lomu_en_villa_marista_foto_fabian_gastiarena Mi dispero ogni giorno di non aver mai giocato a rugby, per non poter provare ad emulare le sue gesta. Tuttavia lo si può fare nella vita.

I tre quarti ala sono i principali addetti alla meta. Fanno lavorare i piloni che sgobbano come in trincea, liberano il pallone e poi via per le ali che provano ad appoggiare la palla oltre la linea. Una grande ala ancora in vita si chiama Habana, ed è sudafricano. Egli ha costruito una carriera da ala danzando tra i placcatori avversari, evitando i contrasti e correndo più veloce di tutti.

Noi, come lui, cerchiamo di dribblare i problemi, alcuni provano a correre più veloce dei creditori. Jonah Lomu, no. Lui andava dritto. Chiaramente cercava di non raccattare proprio tutte le insidie sparse per il campo, ma quando proprio non poteva evitarle semplicemente le tirava giù.

Un carrarmato con la leggerezza di un soffio di vento. Una freccia con la forza di una cannonata. Jonah Lomu è la metafora del vivere ideale. Stare in linea, fare il proprio dovere e poi quando arrivano le responsabilità, sotto forma di palla ovale, sprigionare astuzia, caparbietà e potenza.

Si è spento per arresto cardiaco. Credo che sia davvero un lavoro infame essere il cuore di una divinità. Per chi si intende di morte, ma anche per chi non s’intende, una persona non si può dire scomparsa, fintanto che la sua immagine rimane impressa nelle cornee della gente, fintanto che i suo passi rimbombano nella mente.

Jonah qualche solco qua e là credo che l’abbia lasciato. 120 chili armati di tacchetti possono lasciare buchi che neanche il più agile dei giardinieri potrà mai rattoppare, specie se lasciati nel prato del cuore di tifosi, di ogni nazione e cultura.

Buon viaggio Jonah, e se per caso san Pietro non dovesse aprirti, tu buttagli giù il cancello. Sono sicuro che ti riconoscerà subito.