Non è facile giudicare o anche solamente parlare, senza fare spoiler, di una serie come Dear White People, una delle ultime produzioni originali Netflix. I motivi sono, a mio avviso, due: è una serie tv “anomala”, difficile da inquadrare, che inizia in maniera molto allegra, quasi caricaturale o da sit-com – ma senza risate registrate –  per poi diventare nella seconda metà, un po’ più seria e profonda; il secondo motivo è il modo in cui tratta i suoi temi, razzismo su tutti.

La serie parla di un gruppo di ragazzi afroamericani che vivono e studiano in una prestigiosa (e fittizia) università americana. Un’università frequentata maggiormente da persone bianche e benestanti, in cui però il razzismo sembra non esistere, tutto è ammantato da un politically correct molto esibito e l’inclusione di culture e personalità è incoraggiato. Ma il razzismo è sempre latente in ognuno di noi, indifferente al nostro “colore” o alle nostre origini e questo darà il via ad una serie di eventi che sconvolgeranno lo status quo dell’università e dei suoi studenti.

Le prime puntate sono molto leggere, la vita universitaria passa tra telefilm, videogiochi e sesso ma allo stesso tempo tra dibattiti culturali tra i molteplici gruppi sociali/etnici/politici, mostrando quanto l’unità fra persone, anche simili per cultura e valori, non sia così reale. Un alternanza di temi e stili che stranisce un bel po’. Vengono presentati un po’ tutti i personaggi – che verranno ripresi e approfonditi di puntata in puntata – che sono esattamente come uno se li aspetta: la bella protagonista intelligente e politicamente attiva, l’amica che le fa da spalla, la nemica una volta amica sempre ben vestita, il giornalista nerd, il keniano in viaggio studio, ecc. Non nego che dopo aver visto la prima puntata, un’accozzaglia di stereotipi e battutine hipster, non volevo andare avanti con la visione. Avevo già perso troppo tempo con “The OA”. Invece, complice la breve durata di ogni episodio (circa 23 minuti) e un forte raffreddore, mi sono convinto a proseguire. E in effetti la scelta si è rivelata giusta. Pur non lasciando mai alcuni stereotipi e alcune battutine pretenziose, degne di una vignetta del New Yorker, la storia migliora molto e dalla metà in avanti va a toccare il centro della questione. Anzi, delle questioni. Perchè non c’è solo il tema del razzismo tra persone di colore differente – non solo verso i neri ma anche asiatici e perfino bianchi – ma vengono toccati altri problemi come l’omosessualità, l’autosegregazione razziale, la scalata al potere, la superficialità delle relazioni, il giornalismo e il modo in cui da le notizie.

Non vi aspettate però una trattazione di questi temi in maniera seria o approfondita, anzi. Spesso e lasciato tutto “a metà” con molte cose non dette o dette in maniera molto semplicistica. Se all’inizio può sembrare che sia un errore o peggio, una mancanza, andando avanti mi ha dato l’impressione che fosse una cosa voluta. Si perché il nocciolo di tutte e 10 le puntate è proprio questo: la superficialità con cui trattiamo argomenti importanti. Siamo veloci ad indignarci, anche giustamente, per fatti che riteniamo gravi ma non siamo abbastanza bravi nell’adottare o cercare delle soluzioni al problema. Forse nemmeno ci interessa più di tanto e preferiamo crogiolarci nelle nostre certezze, anch’esse superficiali. In tutta la serie nessun personaggio cambia realmente tranne uno. Tutti gli altri finiscono come hanno iniziato, davanti ad una mediocre serie tv, mentre i problemi rimangono li fuori ma Ehi, è stata una lunga giornata!.

Dal punto di vista tecnico la serie è ben realizzata, gli ambienti sono ricreati molto bene e quasi non si nota che sia praticamente tutta ambientata in luoghi chiusi. La storia viene raccontata usando una voce narrante e punti di vista diversi del medesimo episodio, specialmente nelle prime 4 puntate, che arricchiscono di particolari la narrazione e danno profondità ai personaggi rendendoli meno caricaturali di episodio in episodio. Anche se non si rinuncia a far mangiare pollo fritto al personaggio di colore quando è stressato.

Le uniche critiche che mi sento di muovere sono sull’estetica dei personaggi, sembrano tutti modelli, bellissimi e con un fisico incredibile sempre vestiti in maniera impeccabile e su un finale un po’ troppo vago, pensato forse per un seguito. Sia chiaro, c’è spazio per altro ma il rischio di diventare una serie school drama un po’ fine a se stessa è grande.

In conclusione posso dire che è tutto sommato una buona serie comedy, gradevole a patto di passare sopra a qualche clichè e a qualche stereotipo, ma che forse centra l’obbiettivo più di quanto si creda. Riesce comunque a parlare di temi importanti in maniera non pesante ma questo, a seconda dei punti di vista, può essere un vantaggio o uno svantaggio. Complice anche un minutaggio ridotto, è adatta al binge watching compulsivo di marca Netflix.