Mi viene da piangere quando sento dire che il diritto all’aborto (o IVG – interruzione di gravidanza volontaria, come sarebbe più corretto dire) lede il valore della vita.

Mi si stringe il cuore sapere che c’è ancora oggi chi pensa che una donna che decide di interrompere il processo di gravidanza sia senza cuore, egoista, o peggio, assassina.
Il colpo di grazia, come sempre, me lo dà il fatto che gran parte di queste accuse arrivino da altre donne.

Parliamoci chiaro: non ne sapete niente.

Non avete idea di cosa provi una donna a decidere di sottoporsi ad un trattamento del genere.

Oltre alla decisione in sé, che non deriva da un capriccio -mai, giacché se ne dica- ma da un pensiero, ragionato e sofferto, la fanciulla in questione dovrà affrontare l’incognita “medico”: chi mi accoglierà in ospedale? E se sarà obiettore di coscienza? (Ebbene sì, furbacchioni da tastiera: gli obiettori di coscienza esistono, sono tanti, e con fare molto soft normalmente ti rispondono “no, io sono contrario a chi vuole UCCIDERE UNA VITA”. Grazie, si ha giusto bisogno di sentirsi paragonare ad Hannibal Lecter in questo preciso momento).

Siamo nel 2018, ma esistono ancora medici obiettori di coscienza. Un po’ come trovare un macellaio vegano, insomma. Chi vi obblighi a studiare medicina se non ve la sentite di fare i medici, io proprio non lo capisco.

Tornando a noi: la legge 194 del 22 maggio 1978 non ha mai, mai e sottolineo mai, sponsorizzato l’aborto, né lo ha mai proposto come un metodo contraccettivo. La legge in questione, quella che ad oggi impedisce alle donne di abortire su qualche tavolo in casa di chissà chi, o di mettere alla luce figli che non sarebbero in grado di accudire e che non farebbero altro che aumentare il disagio sociale in cui già sguazziamo da anni, tutela innanzi tutto la donna. Si occupa di venire in contro a situazioni in cui la ragazza o donna che sia porta addosso a sé un fardello emotivo non indifferente (NB: nessuno si diverte a fare una scelta del genere).

Le motivazioni che la possono spingere fino a qui possono essere le più svariate: una situazione economica precaria o inesistente, uno stato di salute particolarmente difficile, ragioni sociali, familiari, un trauma (uno stupro, ad esempio).

La legge 194 vuole garantire la vita della donna, la sua salute fisica e psichica, innanzi tutto. E il bambino?, Chiederete voi.

Certo, il bambino. Non me la sento di iniziare una filippica su quanto possa considerarsi “bambino” un embrione, prima, e un feto, poi. Voglio soffermarmi di più su un altro discorso: quanti bambini vivono in comunità/orfanotrofi? Quanti bambini sono in attesa di adozione, senza successo? Ma soprattutto: quante adozioni falliscono?

Contrariamente a ciò che si può pensare, tanti bambini non riescono ad avere una famiglia, troppe adozioni si rivelano poi un fallimento. Ora, quindi, mi chiedo: quanto questa situazione, invece, può considerarsi “pro vita”? È sufficiente avere gli organi al posto giusto per considerarsi vivo? Il solo fatto di respirare fa di noi delle vite umane? O forse c’è dell’altro: un diritto alla vita inteso come qualcosa di più ampio, un diritto alla famiglia intesa come nucleo d’affetti, un livello di esistenza che non sia sussistenza, l’essere inserito in un contesto sociale sano, l’avere una cameretta e dei giochi, non una stanza in una comunità minori.

Sia chiaro: l’adozione, così come i servizi socio educativi che lavorano con questa fascia di popolazione più “piccola”, sono una risorsa meravigliosa, ed è splendido che per fortuna esista chi si impegna a ricreare una famiglia laddove si pensava persa. Ma, così come l’aborto non è minimamente pensabile come metodo contraccettivo o di controllo nascite, allo stesso modo non si può dichiarare che la donna sia tenuta a portare a termine la gravidanza perché “al massimo abbandona il figlio in ospedale” (con un trauma emotivo che vi sfido a superare facilmente).

La 194 è un diritto e tale deve rimanere. Formatevi, informatevi, parlate più che potete di precauzioni e di sesso, in ogni modo e ad ogni età, distruggete questo tabù, ma non cancellate dei diritti perché non coincidono con la vostra personalissima morale.