È di questi giorni la proposta di legge da parte del Presidente della Commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera, Alessandro Morelli, di imporre alle emittenti radiofoniche nazionali che almeno il 30% della programmazione radiofonica sia formata da canzoni Italiane. Si specifica inoltre che dovrà essere dedicato “Almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione”.

Lo dico subito: tutte le volte che in qualche modo si limita la cultura senza motivazioni sensate (più avanti vedremo quelle del Parlamentare) si applica una certa censura ed io personalmente non sono mai d’accordo. La radio nasce libera. Se io avessi le forze di fondare una radio nazionale che trasmetta solo J-pop, non vedo perché dovrei essere limitata da un protezionismo fine a sé stesso.

Ogni radio ha un direttore artistico che decide la linea da seguire e se riesce a sopravvivere vuol dire che ciò che sta trasmettendo viene apprezzato dai suoi ascoltatori, sia che si tratti di brani italiani che stranieri. Inoltre, se vogliamo buttarla sul piano “prima gli italiani”, non capisco perché questa legge non possa essere applicata anche alle tv nazionali (o perché no, alla distribuzione cinematografica), pretendendo che almeno un terzo dei programmi sia “made in Italy”, e non solo nella conduzione, ma anche nella ideazione, scrittura e via dicendo.

Alessandro Morelli, ex Direttore di Radio Padania (e quindi leghista), giustifica questa proposta di legge in questo modo: “La vittoria di Mahmood all’Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica”. Partiamo da quest’ultima affermazione: cosa c’entra la vittoria di Mahmood a Sanremo con il tricolore nelle radio? Mahmood è italiano e ha vinto con una canzone cantata in italiano, scritta da autori italiani e con produttori italiani. Quindi, di cosa stiamo parlando? Immagino del fatto che Mahmood abbia alle spalle un colosso come la Universal, mentre Ultimo fa parte della Honiro Label.

Ma con questa proposta di legge davvero si pensa che troveranno più spazio i piccoli italiani? Ed è proprio qui che la proposta di legge mi stupisce. Si legge che infatti che una quota “pari almeno al 10 per cento della programmazione giornaliera della produzione musicale italiana è riservata alle produzioni degli artisti emergenti”. Badate bene, è pochissimo: in un sistema ideale in cui dopo 2 canzoni internazionali ce n’è una italiana, con una media di 3 minuti di durata ciascuna, vuol dire che dopo 29 canzoni troverò quella dell’emergente, quindi dopo 90 minuti, al netto della pubblicità e della programmazione, quindi si arriva tranquillamente a 2 ore. Poco, ma è un piccolo passo verso il vero problema del mondo musicale e anche radiofonico. Rimane sempre un’imposizione dall’alto, ma dettata da ragioni diverse.

Torniamo alla mia radio J-pop: se mi obblighi a trasmettere anche brani emergenti, io mi sbatterò per cercarli, perché sicuramente li troverò, non è più una questione di genere ma di “equità”. Ciò che ne potrebbe risentire sono però i fondi delle emittenti radiofoniche. La radio è libera, ma si basa su investitori privati, che investono in base agli ascolti delle radio. Quindi per le radio è più conveniente passare canzoni delle “lobby” perché sono certi di mantenere un certo livello di ascolti. Ecco spiegato il motivo per cui per un emergente sarà impossibile passare in una radio nazionale a meno di un miracolo.

Questa parte della proposta di legge va in parte verso questo “miracolo”, anche se come sempre in questo governo in maniera approssimativa. Prima di tutto, tale quota emergente deve essere italiana, con tanti saluti a tutti gli italiani che cantano in altre lingue. Poi è applicata solo alle radio nazionali, con possibile spostamento degli investimenti da emittenti nazionali a regionali, escluse da questo provvedimento, che non subirebbero l’inevitabile calo degli ascolti quando passa la canzone emergente. Se invece l’obbligo fosse esteso a tutti coloro che trasmettono musica, gli investitori alla fine si adeguerebbero a questa regola più velocemente e, perché no, troverebbero modi per trarne ancora più benefici.

Una cosa è comunque certa: se davvero si vuole fare un progetto globale di visibilità ai più piccoli, lo Stato dovrà integrare per forza gli introiti mancati delle radio in qualche modo. Ma si sa, di solito i tagli alla cultura sono i primi ad essere fatti, tanto a cosa serve finanziare attività culturali? Ecco, serve esattamente ad offrire una possibilità a tutti. Pensate quanto sarebbe interessante se nei cinema anziché subire 40 minuti di pubblicità prima del film proiettassero un cortometraggio di un giovane emergente. Ma ora come ora al cinema non conviene e non lo farà mai.

Spero vivamente che questa proposta di legge, pur avendo molti lati negativi a fronte di un’unica nota positiva, possa comunque essere un motivo di riflessione su come poter invertire la rotta nel mondo culturale italiano, musicale e non.