E così il marziano è tornato pippa. Almeno, stando ai molti commenti che leggiamo dopo la lezione che la meravigliosa orchestra di Modric ha inflitto alla squadra (eufemismo) allenata da un tizio con i tatuaggi evidentemente scelto tra il pubblico prima del fischio d’inizio. Investito come sempre del ruolo di Messia dal popolo argentino, la maglia della Seleccion ha confermato di essere la kriptonite di Leo nostro. E, al contrario del robotico Ronaldo locomotiva del Portogallo, il ragazzo di Rosario ha ancora tradito le attese. Rigore della possibile vittoria fallito contro l’Islanda, prestazione incolore come un intervento di Martina al congresso Pd contro i croati. Una partita giocata da comparsa e sinistramente annunciata dallo sguardo cupo esibito mentre risuonavano le note dell’inno.

Leo ci ha ricordato, ancora una volta, quegli studenti che dopo un anno a gonfie vele arrivano all’esame di maturità e lo ciccano completamente. Otto mesi di favola con il Barcellona, poi puntualmente l’incubo nel torneo dove più di ogni altro conta cogliere l’attimo. Un invito a nozze per i detrattori che magicamente spuntano in questi momenti (e solo in questi). Giocatore sopravvalutato, non vale un’unghia di Maradona, Ronaldo gli mangia in testa, facile nel Barcellona segnare così tanto se c’hai Iniesta alle spalle. E poi, la perla: a Messi non frega una cippa della nazionale (sì, ci tocca leggere anche questo). Anche se a giocare con accanto gente come Acuna e Perez francamente la tentazione ci sarebbe tutta.

Non pretendiamo che i novelli Gianni Brera di Facebook posseggano il dono dell’equilibrio, per carità. Anche perché la Pulga in nazionale le sue colpe le ha, eccome. Nella Seleccion non si muove foglia che il numero 10 non voglia. Ha imposto il ct, sceglie il modulo di gioco e i partner d’attacco, indicando a Dybala e Higuain la panchina. Tutto, nell’ambiente albiceleste, ruota intorno a lui e tutto viene costruito per far rendere al meglio mister quattro Palloni d’Oro. Con i risultati che, ahinoi, si sono visti: zero tiri in porta e compagni che a un certo punto manco gli passano il pallone. Triste, solitario y final.

Con il Barcellona Palloni d’Oro, Coppe, reti da Playstation, è vero. Ma è anche da quello che fai con la nazionale che si giudica un fuoriclasse. E Leo di occasioni ne ha davvero mancate tante. Noi, personalmente, siamo disposti a chiudere più di un occhio. Perché come altri campioni fragili di cui abbiamo avuto modo di parlare in queste pagine, al netto di soldi e capacità tecniche in queste occasioni Leo ci ricorda i nostri crucci quotidiani. Ognuno di noi ha un Cristiano Ronaldo con cui essere in competizione: il collega che tutti elogiano in ufficio, il rivale in amore, il vicino di casa, l’amico che arriva al bar e cattura l’attenzione degli altri con il nuovo Suv. Ognuno di noi ha il suo Maradona, qualcuno che in famiglia ci ricorda che lui, ai suoi tempi, era sostanzialmente meglio di noi. E ognuno di noi avverte spesso il peso della responsabilità – Leo, addirittura il peso di una nazione intera – come un macigno. Scomparendo nel momento decisivo, forse l’ultimo: la carta d’identità non perdona, e la voglia di addio alla nazionale potrebbe tornare a farsi sentire. Quello di Russia rischia di essere l’ultimo Mondiale di una carriera che non avrà nessuna Mano de Dios stile Diez 1986.

Ecco perché a Leo chiediamo di rialzarsi subito: per fare vedere a noi comuni mortali che si può e si deve. Anche a costo di gettare un poco di vomito in campo prima della gara, cosa che al portoghese sbarcato da Hollywood farebbe inorridire la messa in piega. Non sappiamo se ritornare ad essere Messi contro la Nigeria basterà a cancellare il volo già prenotato per Buenos Aires, sicuro non basterà a mettere il silenziatore di chi lo ritiene il giocatore più sopravvalutato della storia. Come direbbe Salvini, a loro tutti mandiamo un bacione. E consigliamo di cambiare in fretta spacciatore.