Anni fa, finita l’università ad indirizzo cinematografico, provai a entrare in qualche redazione giornalistica che si occupasse anche di cinema. Una delle mie passioni, come per tanti compagni di università, era (ma lo è tutt’ora) quella di parlare di cinema e tv. Piacendomi anche scrivere, pur non essendo chissà che autore, pensai erroneamente che fosse una strada da intraprendere. Mandai un po’ di recensioni in giro, spesso non mi venne data mai risposta, in un caso vidi pubblicata la mia recensione firmata da un altro – mi dissero che fu un errore in buona fede – ma in alcuni pochi casi ottenni un feedback. Negativo ovviamente. La farò breve: mi si disse che il mio stile non era adatto, dicevo in maniera troppo chiara e semplice cosa mi piaceva e cosa no. Mi consigliavano di riprovarci in futuro, dopo aver migliorato il mio stile di scrittura e aver aggiunto “un po’ di fumo per aumentare i caratteri”.

Ricordo che mi arrabbiai molto. Non tanto per il fallimento di sentirsi dire “non sei capace” ma perché avrei dovuto parlare del nulla per aumentare le parole e per me era una cosa inconcepibile. Era il 2008, la critica di settore stava iniziando a mutare, a “scoprire” le serie tv (iniziavano tra le altre Fringe, True Blood, Sons of Anarchy e Breaking Bad era solo alla seconda stagione) e si iniziavano a intravedere le possibilità che youtube poteva dare in questo e in altri campi. La critica cinematografica però era ancora quella “alta”, aulica, cinefila, che amava parlare di se e di mostrare quanto era brava e impegnata. Non si scriveva un articolo, si scriveva un trattato. Io proponevo recensioni asciutte ma motivate, un punto di vista personale ma con elementi il più possibile obiettivi. Il cinema stava tornando ad essere pop e io volevo scrivere recensioni che chiunque potesse leggere senza necessariamente conoscere tutta la cinematografia francese del dopoguerra, che ti invogliassero ad andare al cinema. Non ottenni il risultato sperato. Ci provai ancora ma la vita mi mise di fronte delle scelte e mi occupai di altro.

Da allora sono passati solo 9 anni eppure la critica è cambiata radicalmente. Se allora era una cosa quasi da “nerd” di cinema, tv o di videogames – basta pensare che le serie tv le prendevano in considerazione ancora in pochi e le riviste o portali di videogames italiani si contavano sulle dita di una mano e mezza – oggi non solo quei media sono diventati mainstream ma anche la critica e i critici. Questo a me personalmente può far anche piacere, non voglio assolutamente passare per quello che rimpiange i bei tempi andati, ma il prezzo pagato è stato alto. Se a me chiedevano di allungare il brodo o quantomeno aggiungere del fumo, adesso c’è solamente quello.

Oggi si trovano migliaia di recensioni, in tutte le lingue e in tutte le forme, quasi tutte uguali e quasi tutte che non dicono niente. Ma niente davvero. Io amando il cinema seguo molti siti/riviste/canali youtube che parlano dell’argomento. A volte si trova qualche informazione interessante, qualche “dietro le quinte”, qualche bella intervista. Il restante materiale è inutile. Inutile perché non dice nulla, non apporta nulla ed è uguale a quanto detto per il film del mese scorso. A volte, ma purtroppo sempre più spesso, è totalmente fuori tema.

All’università mi spiegarono di come il recensore spesso recensisca più se stesso che l’oggetto della recensione. Parole che oggi suonano quasi come fin troppo benevole. Se prendo a caso alcuni dei “migliori” recensori che si trovano su internet e su qualche rivista, quelli che vengono seguiti come divinità della pellicola, la situazione è desolante. Dalla critica totalmente positiva perché pagata per esserlo alla critica che inizia parlando di una cosa e dopo poche righe inizia a parlare di altro film, album musicale o oggetto a caso, magari uscito anni prima. Parte con descrivere la trama di Rogue One e poi vira a parlare di come la regia di una specifica puntata di E.R. abbia avuto così tanta influenza nel suo video delle vacanze (giuro!). Nel mezzo raffica di citazioni casuali di film del sud-est asiatico che ha visto solo lui. Ovviamente a fine articolo si leggono solo commenti entusiasti. Ma questo è un caso, uno di quelli che più mi hanno colpito. Potrei citare l’autore che parla male di tutto quello che viene lodato dai media e dai social e benissimo di tutto quello che viene mal considerato.

Potrei raccontare del solito radical chic o neo hipster tuttologo che riduce tutto a qualche film di Terrence Malick. Oppure possiamo guardare agli youtubers che fanno critica di cinema (ma anche musica, videgiochi, serie tv, fumetti, ecc): mezz’ora di video in cui i primi 5 descrivono i vestiti indossati a cui seguono 10 minuti di aggiornamenti sulla loro vita privata, 5 di ringraziamenti a fantomatici utenti che gli scrivono che sò bravi e belli, 5 per raccontare un aneddoto divertente capitato random a qualche festival del cinema a cui sono stati invitati e gli ultimi 5 in cui si racconta di cosa si farà la prossima settimana. Dell’oggetto in questione non si parla. Però questi non sono ragazzini davanti alla webcam, sono persone che il cinema dicono di averlo studiato, invitati a tutti i festival europei e che fanno questi video per testate giornalistiche vere. Io mi aspetto che il tizio a caso che parla di qualcosa, che lo fa per passione o per hobby che magari possa eccedere in qualche elemento o che la qualità sia un po’ bassina. Mi sta bene. Ma chi lo fa per lavoro (o quasi) no.

Faccio ancora un esempio, quello che poi mi ha spinto a scrivere questo articolo riflessione. E’ uscito nelle sale Logan, l’ultimo film su Wolverine, personaggio dei fumetti Marvel molto famoso e interpretato da Hugh Jackman. Il film mostra un Wolverine invecchiato, stanco e arrabbiato che compie un viaggio per salvare/aiutare una giovane mutante coi poteri simili ai suoi, in compagnia di un professor X (l’ottimo Patrick Stewart) anch’esso molto invecchiato e coi poteri un po’ fuori controllo. Questo film sta venendo descritto come “il miglior film sugli X-man” e capace di una incredibile profondità. Il motivo? Perchè per tutto il film il personaggio Wolverine, che di solito è un tizio cazzutissimo, è triste e malinconico. That’s all. Per questo e per altre ragioni di convenienza social, è un film che deve piacerti. A prescindere. Ed è una cosa non solo insopportabile ma anche sbagliata. Qualcuno ha provato a far notare come, pur essendo un film particolare per il genere sui supereroi, è un film molto modesto per quel che riguarda tutti gli altri elementi propri del linguaggio cinematografico. Non vuol dire che sia brutto, anzi, all’interno del filone sugli X-man spicca pure – più per demerito degli altri – ma non è il capolavoro del 2017. Non c’è nulla di così innovativo, addirittura ci sono film “dello stesso tipo” che, facendo a meno del contesto supereroistico, risultano maggiormente emozionanti perché più “credibili” e vicino a noi. Vedere ad esempio Blood Father con Mel Gibson. Però non è del film in se che voglio parlare ma di come è stato trattato dalla critica. Prendendo in considerazione i più famosi e seguiti siti/blog/pagine italiane e tralasciando l’ondata “positiva a prescindere” solo una persona ha provato a spiegare come questo film utilizzi un linguaggio televisivo più che uno cinematografico. Si può essere d’accordo o meno ma almeno ha parlato di qualcosa. Non vi dico che commenti ha ricevuto ma li potete intuire. In ben due recensioni chi le ha scritte ha parlato di altri film, La La Land e X-man: Apocalypse nello specifico. Nel secondo caso ci può pure stare (anche se in realtà ha solamente copiato pezzi della sua vecchia recensione) ma con La La Land, no.

Vorrei poi non perdere tempo con chi ha scritto che non avrebbe recensito il film perché non è stato invitato all’anteprima ma mi tocca farlo. Perchè questo è uno dei punti chiave. La mia impressione è che molti che hanno la fortuna di scrivere di cinema per lavoro o quasi, lo facciano principalmente per poter vedere gratis e in anteprima i film (ma vale anche per i i videogiochi e la musica). Per arrivare prima del grande pubblico e farlo rosicare sadicamente attraverso Twitter o Facebook. Mancando questo elemento, manca anche l’obbiettivo di parlare di cinema. O peggio. Ci sono infatti molti casi in cui mi trovo a leggere recensioni fortemente negative motivate dal nulla, esatto contraltare di quelle positive. E non capisco. Poi però mi “sfiora” il dubbio che sia tutto preparato, tutto fatto apposta perché in realtà sono degli “influencer”, non dei critici. A loro interessa generare visualizzazioni su determinati prodotti e venire pagati per questo. Il cinema è secondario. A volte ho l’impressione che si parli poco del film perché non si è visto proprio, si è solo partecipato alla conferenza stampa di presentazione. La riprova è in tutti quei siti/blog che muoiono dopo poco perché appunto non raggiungono l’obiettivo di diventare influencer.

Sia ben chiaro, la colpa è di noi che ci andiamo su quei siti. Siamo noi che alimentiamo tutto questo non facendo delle scelte. Io per primo faccio mea culpa. Sempre meno a dir la verità, perché l’altro grande “cancro” di tutta la faccenda è la questione spoiler. Maledetto chi l’ha inventato. Lo spoiler è diventato la scusa dietro alla quale poter scrivere di un film senza parlarne davvero. Non puoi raccontare la trama se no la gente piange e quindi si usano voci generiche, randomiche. Bella merda. Se non vuoi spoiler su un argomento, non leggere di quell’argomento! E invece no. Leggo e rompo le balle. Ma se non mi spieghi almeno qualche scena, come posso capire dove vuoi arrivare? Siamo arrivati ad un tale livello che se qualcuno dovesse descrivere una mostra d’arte potrebbe solamente dire che i quadri sono appesi dritti, i pavimenti puliti e l’aria condizionata funziona.

Chiaramente qualcuno si salva, qualcuno ancora ci prova e a loro va tutto il mio rispetto, anche quando sono in completo disaccordo. Perchè alla fine possiamo fare tante belle discussioni ma è il gusto personale a prevalere ed è diverso per tutti.

Ps: Non ho messo volutamente i nomi di autori e siti. Certamente in maniera paracula ma non voglio essere complice delle loro visualizzazioni. Non ne hanno bisogno.