Finalmente ha aperto Open, il nuovo giornale online italiano, il cui arrivo era parecchio atteso. Il motivo principale è che l’editore è Enrico Mentana, famoso giornalista italiano – attualmente su La7 ma dalla lunga carriera un po’ in tutte le reti televisive maggiori – e blastatore social a tempo perso. Altro motivo di forte interesse (almeno per me) è che la neonata redazione è composta da molti under 30, una rarità nel panorama lavorativo e giornalistico italiano. Una scelta che potremmo definire programmatica perché tutto Open è concepito per una fruizione destinata ai giovani, soprattutto quelli meno avvezzi all’informazione mainstream.

Dopo poco meno di una settimana dalla sua “apertura” ufficiale, voglio fare alcune considerazioni, escludendo tutte le valutazioni sulle tematiche trattate in questi primi giorni di Open.

In tempi non sospetti ho scritto e detto che questo progetto nasceva con grandi speranze ma allo stesso tempo con molta voglia di vederlo fallire. E fallire male. Se lo auguravano i vecchi tromboni, le persone non selezionate, gli ultras politici e, soprattutto, i detrattori di Mentana stesso. Mentana è un giornalista particolarmente amato per la sua conduzione del TG di La7, le sue interviste e i suoi commenti, spesso pepati, sui social. Caratteristica quest’ultima che gli ha portato onore e odio equamente distribuiti.

Ovviamente l’esercito di troll e/o mitomani in cerca della “blastata” non si è fatto attendere e fin dal primo articolo uscito online si è scatenato con le critiche, le provocazioni, gli insulti. Se da una parte tutto questo rientra nelle dinamiche dei social, dover cercare per diverso tempo prima di leggere un commento sensato sotto un articolo non è mai un buon biglietto da visita.

Ci sono poi tutte quelle critiche mascherate da “consigli” di altri addetti ai lavori che per mesi (e continueranno per altrettanto tempo) hanno spiegato a Mentana e collaboratori cosa avrebbero dovuto fare e come. Tutto materiale anche potenzialmente interessante (se amate l’argomento) senonchè la sensazione di esopica memoria di rivivere la scena de “La volpe e l’uva” era ed è molto forte. Anche solo da un punto di vista statistico, qualcuno in assoluta buona fede c’è ma più che altro tanti dei consigli non richiesti che si leggono in queste ore provengono da giornalisti, o presunti tali, che nelle testate in cui lavorano (se lavorano) non applicano minimamente. Li vedo scagliarsi su presunti titoli clickbait, notizie poco approfondite, linguaggio scarno, quando poi sono i primi ad avere un titolo che non c’entra nulla col corpo dell’articolo, scritto malamente, senza dati, massimo 10 righe, termini sbagliati, formattazione inadeguata.

Altro elemento di “critica costruttiva” è la presenza di debunker, in gergo gli “sbufalatori” di fake news. Personaggi che non sempre sono accolti bene da un certo tipo di giornalismo sensazionalista o partigiano e che nella redazione di Open abbondano. Ad alcuni vengono contestati i modi in cui sono soliti fare il loro mestiere, magari su un blog personale. E’ vero che la differenza con i factcheckers d’oltreoceano c’è ma è anche vero che è meglio avere un debunker che dare fake news come spesso capita anche nelle redazioni migliori.

C’è poi una questione sul linguaggio usato: i detrattori stanno cercando in tutti i modi di ridicolizzare i giornalisti di Open per il loro modo di esprimersi. Questione annosa e non di facile risoluzione perché per ogni persona che dice che “l’italiano è quello e non si scappa” c’è qualcun altro che risponde “l’italiano, come tutte le lingue, è una cosa fluida e sempre in cambiamento”. Personalmente io sono più coi secondi, soprattutto perché mi rendo conto che io per primo scrivo male. Mi perdoneranno i miei insegnanti di italiano, nonostante tutto il loro impegno questo è il risultato. Se Open vuole raggiungere davvero quel particolare segmento di pubblico che sono i giovani mi pare sensato che ne usi un certo modo di esprimersi e di “dare la notizia”. Non so se sia una cosa positiva ma sicuramente è un inizio. Si può usare la prosa migliore del mondo, la forma più aggraziata e riempire pagine e pagine di discorsi sui massimi sistemi, magari utilizzando anche un linguaggio relativamente colloquiale, ma se dopo 6 righe hai perso il lettore non serve a nulla.

E’ vero che in tempi di social conta più la visualizzazione, il like o un commento (anche estemporaneo), ma se sei un sito di news credo che sia più importante la news. Non bisogna però dimenticare che c’è anche una fetta di pubblico giovane che invece ama leggere notizie molto più approfondite e scritte con molta cura. Non so se Open si voglia rivolgere anche a loro che, probabilmente, hanno già i loro canali preferenziali.

Tutto questo non vuole assolutamente dire che Open sia la cosa migliore mai capitata dopo il pane a fette o che non ci siano notevoli margini di miglioramento. Ad esempio a me non piace molto lo sfondo scuro con i caratteri bianchi e trovo la versione desktop non ottimale rispetto a quella smartphone (c’è però da dire che Open vuole essere fruito sui dispositivi mobili). Come trovo alcuni articoli un po’ fuori contesto, ad esempio quello su una possibile versione Pc del videogioco Red Dead Redemption 2. E’ un articolo un po’ troppo specialistico per una testata generalista ma un po’ in ritardo rispetto ad una testata specializzata in gaming. Sono però considerazioni molto personali e che, onestamente, lasciano il tempo che trovano.

Se devo, però, esprimere un dubbio serio, non so quanto sarà facile raggiungere un pubblico che non segue le notizie e non si informa, attraverso notizie veicolate sui social. Ho paura che sia un pubblico difficilmente raggiungibile se non con una estrema viralità che mal si sposa con il voler dare le notizie in modo asciutto ma preciso. Il rischio più grosso è che si finisca con dare notizie a chi già le conosce ma in un modo che non è adatto.

Questi primi giorni di Open sono, secondo me, da considerarsi un inizio di una cosa relativamente nuova. Dare oggi dei giudizi definitivi è una attività un po’ prematura e che fa un po’ il gioco di chi è già “arrivato” e forse teme una erosione del proprio pubblico. Non credo che le critiche finiranno presto, anzi. Credo, però, che Open sia una buona opportunità non solo per chi ci lavora ma anche per chi legge e spero possa aprire una finestra su un mondo, quello lavorativo e non dei giovani, che in un Paese per vecchi com’è l’Italia non si prova più a conoscere e rispettare.