votoTra non poche polemiche e contestazioni è stata approvata la Legge 17.04.2014 n° 62 che modifica l’articolo 416-ter c.p relativo al voto di scambio politico-mafioso.

Di cosa stiamo parlando?

Il precetto in esame prevede la punibilità dello scambio che vede coinvolto un politico che si avvale di un’associazione di tipo mafioso, ovvero della sua forza intimidatrice e dello stato di soggezione della popolazione che ne deriva in un determinato territorio, per ottenere illecitamente dei voti nelle elezioni dietro corrispettivo. Sebbene raramente abbiamo visto applicata questa disposizione, il Paese è piccolo e la gente mormora cosicché parlando con un comune cittadino l’esistenza del fenomeno in questione sembra quasi assumere caratteri di notorietà e ovvietà. Le problematiche aumentano in particolar modo se ci spostiamo verso il Mezzogiorno dove le associazioni mafiose, purtroppo, godono di un vero e proprio controllo del territorio e possono esercitare maggiori influenze rispetto al Nord, che vede l’attività criminale svolgersi prevalentemente su attività economiche.

Quanto è importante l’oggetto della tutela?

La risposta è fondamentale. Incidere negativamente sulla correttezza dell’esito elettorale equivale a compromettere il diritto al voto di tutti i cittadini, diritto politico per eccellenza, e con questo vengono pregiudicati concetti portanti come quello della democrazia e della sovranità popolare.

Mutamenti?

Certamente era condivisibile una riforma della vecchia disposizione che limitava la dinamica ad uno scambio di consenso elettorale a fronte di un corrispettivo in denaro. Questa formulazione consentiva facili scappatoie: troppo agevoli le compensazioni con forme alternative al denaro per consentire che restassero fuori dalla previsione legislativa. La nuova disposizione ha inserito finalmente la locuzione denaro o altra utilità, mettendo nelle mani della magistratura uno strumento ben più incisivo. Indubbiamente, un intervento opportuno. gratteri

Probabilmente non altrettanto indubbia la nobiltà della decisione di diminuire la portata della sanzione del relativo illecito. Infatti, la pena edittale prevista dalla ormai vecchia formulazione era della reclusione da 7 a 12 anni. Con l’ingresso della nuova disposizione legislativa, il condannato rischia una reclusione che spazia da 4 a 10 anni. Plausibilmente potrebbe sembrare una pena ad ogni modo rigorosa per chi non padroneggia le dinamiche processuali. Ma per coloro che fanno dell’iter processuale pane quotidiano e per coloro che portano avanti in prima linea la lotta contro la mafia, come il Procuratore Nicola Gratteri, tale riduzione comporta deduzioni differenti.

Gratteri, impegnato nella lotta contro la ’Nndrangheta da numerosi anni, fa notare come in caso di giudizio con rito abbreviato (sconto di 1/3 della pena) e di successiva buona condotta (ogni anno 3 mesi di sconto) a seconda della pena decisa dal giudice nei nuovi limiti edittali c’è il rischio che il condannato sia fuori dal carcere dopo soli 2 o 3 anni. Troppo poco per persuadere i politici inclini alla collusione e gli “spacciatori” di consenso a non collaborare in questo scambio di favori. Pessimo il coordinamento con l’istituto dell’interdizione perpetua che lascia lo spiraglio a possibili prosecuzioni nel mondo politico di soggetti macchiati di un illecito che certamente compromette il rapporto fiduciario insito nel mandato di rappresentanza. Inaccettabile, considerando i diritti tutelati. 

Bilancio?

Non c’è da sbilanciarsi. Pertanto è opportuno contraddire il Governo quando fa sue le parole di Franco Roberti (Procuratore Nazionale Antimafia) che qualifica la disposizione come norma perfetta. Ugualmente potrebbe davvero sembrare un regalo alla mafia e aggiungerei ai politici collusi la diminuzione della pena, come grida il M5S,  alla luce dell’interazione con gli altri istituti vigenti e dell’importanza degli interessi coinvolti.