suburra“In questo paese, uno come me, uno che sta dove sto io, della magistratura se ne frega. SONO UN SENATORE DELLA REPUBBLICA ITALIANA. S’attacchino al cazzo”.

Se sai di che scena sto parlando, significa che hai già visto il film. Se invece non ne hai idea, il film lo devi ancora vedere. E il “devi” è un imperativo categorico assoluto.

Un film che non ritrae sicuramente una bella immagine dell’Italia. Si parla di giochi di palazzo, di politici corrotti, il tutto condito da un conflitto d’interessi neanche troppo celato. Siamo ormai abituati a ritratti del genere, specie se l’autore è il regista Stefano Sollima, già resosi celebre con le serie “Romanzo criminale” e “Gomorra”, o con il film “Acab”. Guai però, a prendere il film solo per quello che la sceneggiatura ci dice.

Questo film, più che l’ennesima infamia lanciata gratuitamente alla nostra amata nazione, è un enorme servizio che ci viene offerto. Come detto, la semplice cronologia dei fatti non è quello che ci deve interessare; è solamente il mezzo, il filo conduttore che il regista usa per accompagnarci lungo un ragionamento ben più complesso.

Il tutto parte dalla morte di una minorenne, in overdose, durante un rapporto sessuale con un parlamentare. Un fatto sicuramente grave ma che, siamo sinceri, non ci sconvolge la giornata. Proprio lì inizia il film, da una scena di “vita privata” che irrimediabilmente diventa pubblica, perché ci sono mani da lavare, e una mano lava l’altra, finchè l’ultima, quella che sta alla base, ne paga il prezzo. La merce che viene scambiata è molto variegata: protezione, affari sporchi, zone di competenza, piccola e grande criminalità, appalti. Già appalti, pubblici ovviamente. L’ultima mano secondo voi di chi è? Qual è quella che irrimediabilmente si presenta alla cassa e paga il conto? Che domande, siamo noi. Ignari paparini che pazientemente pagano, con soldi pubblici, le marachelle che i nostri figlioli (o “dipendenti” per dirla alla Grillo) commettono in giro per la capitale.

Non riesco a contare le volte in cui ho sentito “Se Berlusconi andava a letto con prostitute, a me cosa interessa? Anzi! Pure con Belen, beato lui!”. Uso il nome più noto, ma sono vicende ridondanti che saltano fuori con una puntualità Svizzera e che hanno coinvolto quasi tutte le casacche politiche, sia in termine di schieramento che in termine di territorialità.

suburra (1)Vi siete accorti che è un’imboscata eh? Qua del film non se ne parla, era solo un modo per appioppare una bella predica politica. Credo, tuttavia, che il film stesso sia una bella ramanzina. È un “altolà” a tutti coloro che credono ancora che il male stia solo in un lato del Parlamento, che reputano una soluzione vincente quella di piazzare una bomba nei due palazzi per estirpare questo cancro. Invece non basta, si sta parlando di qualcosa ben più ramificato e complesso.

La pellicola è decisamente un’arma a doppio taglio: può indignare lo spettatore, esortandolo a non rimanere succube di questa mala politica, ma può anche scoraggiarlo definitivamente, spingendolo ad ingrossare le file dei non-votanti, dell’antipolitica.

Poco tempo fa mi sono imbattuto in un’intervista a Dario Fo, il quale con immensa malinconia raccontava l’esperienza dell’ormai defunta moglie, Franca Rame, come senatrice a vita. Diceva di come avesse iniziato con tutti i buoni propositi di chi si iscrive, dopo tanti ripensamenti, alla facoltà che ha sempre sognato e, successivamente, dell’enorme dolore che provò quando decise di dimettersi, ormai disillusa e disincantata da un’istituzione effettivamente immodificabile.

Traspare la stessa sensazione in Suburra. Viene quasi da pensare che per ogni politico, anche il più onesto, sia impossibile non macchiarsi con un po’ di tutto quel fango che trafficano i suoi vicini.

Vi è però una svolta nella narrazione. C’è un momento, quasi come se il regista volesse ad ogni modo regalarci un lieto fine, in cui tutta la mole abnorme di interessi incrociati scoppia e genera una sorta di regolazione dei conti. Non vince di certo la giustizia, mica poteva essere così irrealista Sollima, ma almeno c’è un ricambio. I potenti di inizio film non sono più quelli della fine, quasi a dire che nella vita si può essere immanicati, potenti, coraggiosi, spietati, ma ci sarà sempre uno squalo più grosso che proverà a mangiarti.

Come il tombino che a fine film non riesce più ad ingoiare tutta l’acqua che il cielo gli manda, anche un sistema collaudato come questo ha una capienza massima e una volta raggiunta, qualche goccia di pioggia viene sputata fuori e rimane a vagare per la strada (o sottoterra, come buona parte dei personaggi).

In ultimo, Suburra era il nome di un quartiere della città di Roma ai tempi dell’Impero. Era una zona molto povera, nonostante fosse vicina all’area monumentale, e dunque pervasa da criminalità e immoralità. Ancora oggi il suo nome viene utilizzato proprio per significare una zona malfamata. È assolutamente nostra la responsabilità di evitare che, tra 800 anni, al posto di Suburra venga utilizzato il termine Italia.

Consiglio a tutti la visione di questo film e consiglio altresì di andare al cinema a piedi. Una volta arrivati ai titoli di coda avrete bisogno di fare una bella passeggiata per schiarirvi le idee e per ritrovare un po’ di serenità. Di fiducia nel nostro paese. Di speranza.

“Chi vive sperando, muore cagando” diceva Abatantuono in “Mediterraneo”. Cosa vi devo dire, è solo un modo come un altro di morire.