Bridge_of_Spies_posterSpielberg e la politica. Un argomento sul quale si potrebbe aprire una parentesi enorme. Ma noi non lo faremo. O per lo meno cercheremo di essere sintetici.

“Ma non ha paura?”

“Perché? Servirebbe a qualcosa?”

Questo è lo spunto di riflessione che il padre di E.T. propone più di una volta lungo il corso della sua ultima pellicola, Il ponte delle spie in uscita in Italia il 16 Dicembre. È la paura la vera protagonista di questa storia, quella paura verso chi è lontano da noi, chi ha degli altri ideali, chi sventola un’altra bandiera. Quella stessa paura che ha spinto (e spinge tutt’ora) l’uomo a compiere gli atti più atroci e insensati.

Nonostante Il ponte delle spie sia basato su un fatto realmente accaduto durante la guerra fredda, uno scambio di prigionieri tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la riflessione che ne emerge è molto più vicina a noi di quanto non possa sembrare. Forse per puro caso. Difficilmente, infatti, Spielberg poteva immaginare che la sua ultima fatica sarebbe arrivata nei cinema nei giorni della strage di Parigi, dell’attacco a San Bernardino e del violento comizio di Donald Trump. Si, si tratta decisamente di un caso e ciò lo rende ancora più interessante.

Stiamo attraversando un’epoca di terrore, di paura e forse anche di macabro desiderio di trovarci in una guerra contro il nemico di questo secolo, lo Stato Islamico.

Esattamente come accadde anni fa con La Guerra dei Mondi e Munich, anche con Il ponte delle spie Spielberg utilizza un fatto lontano da noi per portarci a riflettere su ciò che stiamo vivendo in questo preciso momento. La guerra non è la soluzione. La violenza non può portare la pace. Le parole invece si. Ma questo concetto non può venire fuori dai governi. Deve partire da noi privati cittadini, comuni mortali impegnati a fomentare l’odio attraverso i nostri profili social. È qui che la riflessione del regista premio Oscar diventa interessante. Spielberg fa politica, ma non è patriottico. Non lo è mai stato. I suoi film sono la storia dell’uomo comune, piccolo e indifeso che in qualche modo lotta per cambiare le sorti del mondo. I governi, gli Stati Uniti in particolare, ai quali ci affidiamo nella speranza che spazzino via la minaccia ISIS, non sono nient’altro che mostri essi stessi. Sono quelli che desiderano condannare alla sedia elettrica il nemico senza un giusto processo, quelli che spiegano ai bambini come difendersi da un bomba atomica quando gli unici ad usarla sono stati loro, quelli che addestrano i soldati a suicidarsi, quelli che sfoderano abbracci di facciata, ma poi, esattamente come il nemico, ti invitano a sederti sul sedile posteriore dell’auto. Sono quelli che si battono per qualcosa che in realtà non gli interessa. Sono quelli che dell’essere umano se ne fregano altamente.4311452075_6095b7687b_o

Non è casuale che la sceneggiatura scritta dai fratelli Coen (di cui si riconosce lo humor in alcune sequenze) si concluda nella Berlino del dopo guerra, città simbolo della devastazione e crudeltà umana, davanti a truppe che armate di mattoni sono intente a erigere il più terribile muro che la storia ricordi. Un muro che, in questi tempi, molti stanno nuovamente tirando su, alcuni fisicamente, tanti moralmente.

Spielberg è tecnicamente perfetto, nei movimenti di macchina e nella fotografia che si trasforma da calda e accogliente a fredda e cupa nella seconda parte. E attraverso questa perfezione si fa spazio, in modo indiretto, ma esplicito e schierato una riflessione politica, sociale e morale che tutti quanti noi dovremmo fare. Siamo noi, nel nostro quotidiano che possiamo portare una storia drammatica verso un finale lieto. A mio avviso forse un po’ troppo lieto. Ma d’altra parte fatta eccezione per quel capolavoro che fu Munich Spielberg è sempre stato uno da happy ending.

Chissà se Trump ha visto questo film, chissà se lo ha capito. Chissà se lo hanno capito i vari leader mondiali che vogliono impugnare le armi in nome della democrazia. Chissà se lo abbiamo capito noi, che siamo gli unici in grado di lavorare affinché i bambini possano cominciare a scavalcare i muri per puro divertimento e non per disperazione.