ameC’è stato un tempo, a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80, in cui la Hollywood di Coppola, Cimino e Stone, era una fabbrica di film sulla guerra del Vietnam. Con una media di 3-4 pellicole all’anno i registi dell’epoca (tra cui Scorsese e Kubrick) provavano a dare (o non dare) un significato a uno dei conflitti più sanguinosi della storia recente.

Non si può dire che per la guerra in Iraq il cinema americano abbia seguito la stessa linea. Eccetto rari capolavori come The Hurt Locker e Redacted (passato piuttosto inosservato al grande pubblico), la lista dei film sul conflitto iniziato nel 2003 dall’amministrazione Bush è piuttosto scarna e priva di opere che abbiano raggiunto un grande successo commerciale. Forse è anche per questo motivo che American Sniper è uno dei film più interessanti di quest’anno.

La storia del cecchino Chris Kyle, magistralmente interpretato da Bradley Cooper (fresco della terza nomination consecutiva agli Oscar) è una delle vicende più azzeccate per raccontare il conflitto tra l’America e il mondo islamico. Prodotto dallo stesso Cooper, l’adattamento dell’autobiografia di Kyle è passato per la mani di David O. Russel, Steven Spielberg per giungere in fine tra quelle di Clint Eastwood. Cambi di regia molto rischiosi in quanto affidare le redini di un film sulla guerra in Iraq a un repubblicano convinto, per di più reduce da anni deludenti dal punto di vista cinematografico, avrebbe potuto riservare delle sorprese poco piacevoli. E invece no, Clint Eastwood è stata la scelta azzeccata e non solo perché è difficile immaginare Spielberg che “uccide” bambini a sangue freddo, ma anche perché Eastwood è stato uno dei pochi che negli ultimi anni aveva saputo trovare il giusto equilibrio tra cinema d’autore e cinema commerciale.

Pur mantenendo delle basi legate alla sua convinzione politica (nel film non c’è neanche un iracheno buono) Eastwood mette in forte discussione lo stile di vita e l’ideologia dei cittadini americani: Chris Kyle non era un semplice uomo, ma una macchina da guerra plasmata dallo Zio Sam che non a caso ha inaugurato la sua lunga serie di omicidi uccidendo una donna e un bambino. Clint Eastwood mette in scena gli orrori della guerra mostrandoci prevalentemente le sue conseguenze, fisiche e psicologiche, sacrificando il coraggio dei soldati tipico dei war-movie in favore del loro malato bisogno di violenza. E come nei vecchi capolavori di Eastwood ciò che si prova quando iniziano i titoli di coda è una forte amarezza, un senso di sconfitta e forse anche di rassegnazione verso un Paese in cui i padri insegnano l’omicidio ai figli e la differenza tra eroi, vittime e carnefici è sempre più sottile.

Ma American Sniper è soprattutto la risurrezione artistica di un regista che a 84 dimostra di avere ancora parecchio da dare perché un film così potente ed emozionante Clint Eastwood non lo faceva da parecchi anni.