Continuiamo l’approfondimento di Idealmentre sui temi della sessualità e dell’amore contemporanei. Per questa seconda intervista, abbiamo avuto la possibilità di poter parlare con Riccardo Zucaro, un ragazzo torinese che tra le altre cose è vicepresidente dell’Arcigay Torino e membro del direttivo di ODV CasArcobaleno, di bisessualità, discriminazione e autodeterminazione. La bisessualità è un argomento molto più profondo di quello che si possa pensare, complesso e con molti aspetti non scontati.

Cosa vuol dire essere bisessuali e come si arriva a scoprire di amare entrambi i sessi?

Ti do una definizione oggettiva, più tecnica: essere bisessuali significa provare attrazione sia sessuale che affettiva verso persone di sesso maschile che di sesso femminile. Questa definizione è però molto stretta per molte persone bisessuali che non trovano soltanto nel genere maschile e nel genere femminile la loro attrazione. Esistono persone transessuali, intersessuali, gender fluid, persone che in qualche modo non si collocano solamente in questi due generi – maschile e femminile – e alcune persone bisessuali si sentono attratte anche da loro. C’è un’altra definizione più “forte” per definire le persone che non sono legate ai due generi che è pansessuale; bisessuale e pansessuale in qualche modo si sovrappongono perché per chi prova attrazione verso più di un sesso o per più di un genere, non si preclude alcuni tipi di relazione. Questo ovviamente in generale, ci sono anche casi diversi.

Come si arriva alla consapevolezza di essere bisessuali cambia da persona a persona e generalizzare è sempre un po’ complicato e possono esserci dei motivi differenti. Usando un po’ di stereotipi, c’è chi pensa che la bisessualità sia una fase, un modo per dire alle altre persone “sono ancora un po’ etero, non odiatemi troppo, non giudicatemi troppo – anche se in realtà sto cercando di capire chi e cosa mi piace – e la mia attrazione può essere condivisa con voi”. La bisessualità può essere anche usata un po’ impropriamente come uno scalino verso un certo tipo di autodeterminazione. Se questo sia utile anche alle persone bisessuali è tutto da vedere, a volte lo si usa nelle fasi adolescenziali in cui si sperimenta tantissimo o in altri contesti come primo argomento da affrontare.

Se invece parliamo di un’autodeterminazione, di un coming out che sia più strettamente bisessuale, questi possono passare semplicemente dall’idea, dal pensiero, dall’attrazione non per forza realizzata sia sessuale che affettiva nei confronti del sesso maschile e femminile. Come può esserci anche un’attrazione solo sentimentale, platonica nei confronti di una persona e quindi pensare di definirmi o trovarmi a mio agio nella definizione di bisessuale, proprio perché uno degli aspetti che riguarda la sfera sentimentale è nei confronti di una persona del sesso opposto o del mio stesso sesso.

Nei confronti delle persone omosessuali c’è ancora molta discriminazione e ignoranza. Nei confronti dei bisessuali?

Non la quantificherei nel “di più” o “di meno” ma nei diversi tipi di discriminazione e stereotipi. Prendiamo una persona omosessuale: spesso quando si fa caming out, quando si racconta la propria storia agli amici, ai parenti, ci sono reazioni “forti” che vanno dall’accettazione graduale all’accettazione completa o a qualche tipo di rifiuto. Una persona bisessuale si trova davanti a dei preconcetti, degli stereotipi, da un po’ tutte le parti, sia dalle persone di riferimento della comunità LGBT – che nell’immaginario collettivo si pensa siano una zona di sicurezza – sia da amici e familiari. Sempre parlando per stereotipi, ad una persona bisessuale di sesso maschile spesso viene detto “sei confuso”, “dovrai scegliere perché ti può piacere un solo sesso”, “vabbè, sei giovane, goditi questo momento e poi a trent’anni metti la testa a posto”. Insomma, la bisessualità viene vista come una scelta e non come una cosa che ti senti, che ti viene dal profondo. E questi stereotipi rimbalzano un po’ tra tutti.

Si è un po’ soli.

Sì, si è un po’ soli. Ma la cosa che fa più male non è tanto l’essere soli, che alla fine rimane una cosa personale che ognuno e ognuna vive a modo suo, ma il non essere creduti. È proprio un po’ svilente sentirsi dire “Ah, ma non è vero!”, “Ah, ma non sembri!”. Io mi sono sentito dire “Non scherzare”. Ma come, “non scherzare”, io ti sto rivelando una cosa così personale, una parte molto intima del mio essere, e tu mi dici che non mi credi. Questo è molto pesante da affrontare. Oppure sentirsi dire che essendoti già definito gay non puoi ridefinirti, conoscerti meglio, perché ti sei già conosciuto abbastanza.

Non pensi che oggi, soprattutto per quello che riguarda il sesso maschile, la bisessualità possa diventare una cosa molto naturale? Tu stesso hai detto che si può avere con un sesso un rapporto platonico e fisico con un altro. Molti maschi stanno meglio insieme ad altri maschi, nel vivere quotidiano, anche solo per poter sbracare come nel più classico film americano. Il loro rapporto diventa un rapporto di coppia, intimo, quasi inconsapevolmente e poi hanno dei rapporti sessuali con delle ragazze. E magari sono ragazzi che si definiscono “super etero”.

Noi tendiamo a settorializzarci sempre di più, la bisessualità è forse una macro area al cui interno possiamo trovare persone biaffettive, biromantiche, persone che in qualche modo sono più flessibili e nonostante si definiscano eterosessuali non hanno problemi ad avere rapporti con persone dello stesso sesso. Il concetto più pregnante è l’autodeterminazione ovvero come io faccio i conti con me stesso e con la realtà che mi circonda. Io mi definisco, mi autodetermino bisessuale e voglio dire a tutti che sono bisessuale perché in qualche modo io mi sento di voler rivendicare, sia a livello di visibilità, sia di storia personale, il fatto che possa provare attrazione affettiva e fisica per persone di sesso maschile e femminile o per persone che non si definiscono di quei due generi. Io scelgo di definirmi bisessuale perché la definizione di bisessuale mi sta più a cuore e quindi lo dico a chi mi sta vicino, lo dico a mia mamma, a mia nonna, agli amici, al mio compagno, a tutti. È quello che sono e lo voglio rivendicare. Ovviamente questo non è obbligatorio, io potrei definirmi pansessuale senza nessun problema, potrei definirmi eterosessuale se in un periodo frequento una persona del sesso opposto. Io in questo periodo storico ho una relazione con un ragazzo e posso definirmi omosessuale tranquillamente. Mi autodetermino bisessuale perché ho questa esigenza.

L’autodeterminazione è una cosa molto importante, fino a quasi arrivare ad etichettarsi molto. Io personalmente questa voglia di etichettarsi così tanto non la condivido, probabilmente è un mio limite, ma le etichette non mi piacciono. Tu cosa ne pensi?

L’etichettarsi ha diversi aspetti. Dal palco del Torino Pride la nostra presidente di Arcigay (Francesca Puopolo) ha detto: “Le etichette sono utili ma per i barattoli”, così sappiamo dov’è il sale, sappiamo dov’è lo zucchero che sono entrambi bianchi, se non li assaggiamo o non sappiamo dove sono i barattoli li possiamo confondere. Questo può essere ribaltabile anche su noi persone bisessuali, omosessuali e il mondo LGBT in generale, perché si da in qualche modo un nome a qualcosa, che magari non ha dei confini o li ha molto sfumati, ognuno vive la sua autodeterminazione nei modi che crede e si identifica o meno in certi standard. Riconoscere che si è qualcosa o qualcuno anche attraverso “etichette” più o meno definite, può essere utile a farsi capire dagli altri e io lo trovo molto interessante. Io quando ho fatto coming out con mia nonna e le ho detto “sono gay, ho un compagno, faccio attivismo, ecc…” mi è servito per farle capire chi ero e così non mi ha più chiesto le solite cose “da nonna” su fidanzata, su matrimonio e nipotini. Anzi, me le chiede lo stesso ma riformulando il tutto verso quelle che sono le mie esigenze.

Secondo me a questo possono servire, a comunicare meglio con le altre persone. Va ribadito che le etichette sono comunque molto limitanti, specialmente nel caso della bisessualità o pansessualità. Personalmente a me non servono, io so chi sono, so di essere Riccardo con le mie idee, le mie paure, le mie forze.

 Tu hai una storia abbastanza particolare. Raccontacela.

Senza andare a tirare fuori le foto delle elementari o del liceo, ti racconto un po’ quello che è stato il mio percorso, dall’adolescenza che è il periodo in cui non si sa bene dove sbattere la testa. Magari in palestra il compagnuccio si toglie la maglietta, ha un bel fisico e tu inizi a pensare “Oh caspita, mi piace, magari sono gay, adesso me lo dicono tutti ed è una cosa brutta”. Allo stesso tempo c’è quella ragazza che flirta con me e mi fa sentire nello stesso modo e ti dici “Ah ma allora sono normale!” e posso essere contento. Più o meno era questa la mia condizione circa 15 anni fa, diversa ovviamente da quella di oggi più schematica e più informata. Non parliamo degli episodi di bullismo e discriminazione, dove i miei compagni scrivevano sulla lavagna “Dove manderesti i gay? Nei forni crematori, sull’isola perduta, li ucciderei con le mie mani, ecc…” e tutte quelle cose che ti creano uno stress orribile. In quel periodo ho avuto delle relazioni, ma molto platoniche, con delle ragazze. Quello mi è servito per capire cosa non mi piaceva anche se avrei poi dovuto riformulare tutto. Sono arrivato verso la fine dell’università che, grazie anche ad una psicologa fantastica, mi sono detto “Ok, sono gay, diciamolo a tutti quanti” e così ho fatto: mamma, nonna, amici, paesani. In quel momento, liberato dal fardello, dalla paura di essere gay e avendolo accettato, è stato come togliere il coperchio di una botte e vedere cosa c’era all’interno.

Questa cosa ha però portato alla luce tutta una serie di desideri che avevo verso persone del sesso opposto. Dopo solo sei mesi dal mio coming out, mi ponevo la questione sul fatto che mi piacessero anche le ragazze. E non sapevo come fare a riaffrontare un nuovo coming out. Ci sono voluti cinque anni per capire, per riformulare di nuovo tutto. Nell’ estate del 2015 mi sono perdutamente innamorato di una ragazza che conoscevo già da tempo e abbiamo vissuto una storia molto bella, molto intensa. Quello mi ha dato proprio la forza per dire “posso provare attrazione e amare anche persone di sesso femminile”. Una volta finita quella relazione, una volta elaborato il cambiamento – cosa mai semplice – ho fatto nuovamente coming out e l’ho detto subito al mio compagno con il quale abbiamo una relazione da 7 anni e che è stato molto felice perché gli parlavo di una parte di me e affrontavo con lui la cosa.

Ci sono state delle differenze tra i due coming out?

Se devo fare un paragone tra il coming out come gay e il coming out come bisex, direi che per il primo ho trovato una strada pianeggiante. I miei parenti e amici l’hanno accettato subito, non hanno avuto il problema di rapportarsi con me come persona omosessuale. Anzi, mia madre dopo un percorso con Agedo, una associazione di genitori con figli LGBT, ha iniziato tranquillamente a dirlo e a sposare la mia battaglia per i diritti.

Il coming out come bisessuale non è andato male ma non è stato facilissimo. Quando raccontavo la mia storia e dicevo di essere bisessuale mi veniva risposto “non è possibile”, “non puoi essere bisex”, “è una delle tue solite battute” e tutta una serie di preconcetti che possono spalmarsi sul coming out di una persona gay, le ho ricevute solamente sul mio coming out come bisessuale. Nonostante tutto questo avvenisse all’interno di ambienti e con persone che provengono dalla galassia LGBT. Ho visto che ci sono ancora delle complicazioni oggettive e che serve ancora affermarsi come bisessuali perché le persone collocano i bisessuali come gay repressi o confusi. Anche mia mamma ha fatto fatica a capire, è proprio il metterli davanti ad una definizione non troppo circoscrivibile che li fa andare un po’ tutti in confusione. Io però sono molto contento, molto felice del mio percorso perché mi ha liberato completamente dalla timidezza, da alcune paure irrazionali, mi ha fatto vivere belle situazioni e conoscere persone bellissime. Rimane difficile sradicare quei pregiudizi che si vivono un po’ quotidianamente.

Tu sei anche un attivista per i diritti di gay, bisessuali,ecc. Cosa ne pensi della radicalizzazione di alcuni attivismi?

Io più che attivista mi definisco volontario. Non per cercare una definizione differente ma perché mi sento di dover dire che quello che faccio, lo faccio in maniera molto volontaria. Ci sono dei dibattiti molto accesi e delle difficoltà a relazionarsi su alcuni argomenti all’interno dei movimenti LGBT, ad esempio la GPA (Gestazione Per Altri), che vedono la radicalizzazione su posizioni molto diverse. Radicalizzazioni che trascendono un po’ le necessità delle persone ma si cristallizzano su teorie più o meno scientifiche che diventano proprie di chi porta avanti quel tipo di battaglia. Allo stesso tempo ci sono casi in cui alcune battaglie diventano unidirezionali, ad esempio Arcigay, che si occupa di salute e benessere, aggregazione, formazione, sensibilizzazione ma ciò che passa è la rivendicazione del matrimonio egualitario, e sembra che non ci siano altre battaglie. Dal mio punto di vista le lotte sono un po’ trasversali. Io vorrei vivere in un mondo meno discriminatorio, che sia meno complicato e più accogliente nei confronti di tutte le differenze e di tutte le diversità che per me sono una ricchezza e quindi faccio mie anche le lotte di altri. Radicalizzarsi è complicato, il movimento LGBT deve farsi carico non solo delle lotte di genere e di orientamento ma anche di quelle sui flussi migratori, welfare accessibile, pari diritti e opportunità, ecc. Se noi vogliamo migliorare la situazione del nostro paese noi dobbiamo farci carico di una serie di lotte. Se voglio una cosa che fa felice solo me o la mia cerchia di amici, come posso definirmi attivista?

Se una persona volesse approfondire alcuni aspetti legati alla bisessualità, da dove può iniziare? Consigliaci un libro.

La letteratura non ci viene molto incontro. Ci sono libri degli anni ‘20 che descrivono la bisessualità come una malattia da debellare, il maschio bisessuale è una persona confusa che non pensa alla famiglia. Per il resto ci sono storie personali, è difficile dirti un libro che ne parli in maniera generica. Noi come CasArcobaleno ( http://www.casaarcobaleno.eu/ ) facciamo molte attività, in occasione della “giornata nazionale della visibilità bisex” che cade il 23 settembre ad esempio, abbiamo organizzato un dibattito raccontando le esperienze di persone bisessuali e portando alla luce i dati di un sondaggio realizzato da varie associazioni come MondoBisex, Bproud, ecc.

Anche Facebook può servire, ci sono molte pagine e gruppi che trattano di questa tematica. Noi di Arcigay stiamo portando avanti dei progetti sulla divulgazione e l’informazione legati alla bisessualità. Si sta anche cercando di rivedere nella storia come venivano visti i bisessuali, accettati in certi contesti ma non in altri. Il mio consiglio è Arcigay che nel territorio nazionale e regionale è preparata e formata, sa ascoltare e aiutare a capire meglio. Parlare anche con persone omosessuali o eterosessuali in qualche modo aiuta. E per chi è a Torino, CasArcobaleno è sempre disponibile.

Oggi, chi ha paura dei bisessuali?

Eh, bella domanda. Forse chi non li conosce e soprattutto chi della bisessualità conosce solo gli aspetti negativi. Ci sono persone che hanno una vita da eterosessuali, sposati e con figli ma che nelle app di incontri, tipo Grindr, si dichiarano bisessuali e fanno passare l’idea che il bisessuale è quella persona repressa, che si nasconde. Quindi forse chi ha paura dei bisessuali sono proprio loro. E ripeto, a volte parlarne con le persone che ti sono vicine serve a sgretolare tutta una serie di pregiudizi con una facilità disarmante.