Quando qualche amico, a cui interessa solo marginalmente la politica americana, mi chiede come sta andando Trump dargli una risposta è molto difficile. Innanzitutto perché noi ne abbiamo una visione “europea” e quindi distante dalla realtà in cui opera. Sembra banale ma ciò che per noi può sembrare positivo non è detto che lo sia anche per gli Stati Uniti e viceversa. Inoltre tutto ciò che riguarda la loro economia è spesso difficile da tradurre con metodi di paragone nostri. Un secondo motivo è che Trump è un presidente divisivo e o lo si ama o lo si odia. Pochissimi riescono a stare nel mezzo, anche quelli che lo dovrebbero fare, come ad esempio i giornalisti.

A difesa di quella categoria c’è da dire che per loro non è facile. Trump continua con la guerra frontale nei confronti di tutte le testate e le tv che parlano di lui e del suo operato in termini meno che entusiasti. Ogni critica, anche solo accennata, viene duramente contestata da Trump e il suo staff. Il problema è che quando un presidente si inventa di sana piante notizie e fatti, diventa difficile non contraddirlo. Ma questo genera un circolo vizioso e si è finiti così all’esclusione di diversi giornalisti da un incontro informale con il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer. A fine febbraio infatti giornali come New York Times, CNN, Los Angeles Times, BBC, Guardian, BuzzFeed News, Politico e Huffington Post sono stati esclusi dall’incontro senza una motivazione ufficiale se non una critica generica sulle false notizie che danno riguardo al presidente. Ovviamente nessuno di loro ha mai riportato falsità e infatti hanno avuto il sostegno dell’agenzia di stampa Associated Press e della rivista Time. Questo fatto, considerabile più o meno grave, e che non ha eguali nella storia contemporanea recente – basti pensare che il Washington Post ha cambiato il suo sottotitolo in Democracy Dies in Darkness –  probabilmente è dovuto alle critiche abbastanza severe che la settimana prima erano arrivate a Trump dopo la sua prima conferenza stampa in solitaria.

In questa conferenza è riuscito a dire e fare di tutto. A parte la solita critica verso la disonestà della stampa, ha affermato che le notizie che trapelano dalla Casa Bianca sono vere ma diventano false quando i media ne parlano. Si è poi lanciato verso una specie di difesa della Russia dicendo di non poterla attaccare, anche se dovrebbe, perché poi “l’olocausto nucleare sarebbe come nessun altro”. Dopo di ciò ha chiesto ad una giornalista di colore di organizzare lei un incontro con i politici di colore del parlamento, lasciando intendere che per via del colore della pelle la comunità afroamericana si conoscesse tutta. Uno spettacolo non male.

Spettacolo che però non si è ripetuto ad inizio marzo quando ha tenuto un discorso alle camere riunite del Congresso. Anzi, Trump ha mostrato di come sia in grado di dire cose molto di destra ma in toni più concilianti e presidenziali. Sicuramente ha giovato che il suo discorso fosse stato scritto e provato prima e questo gli ha permesso di fare la figura del presidente “normale”. Certo, i temi toccati sono stati spesso confusionari e non ha realmente dato una risposta concreta a delle questioni che gli vengono poste su molti punti del suo programma, dal dove trovare i soldi per le spese militari, muro col Messico, riforma della scuola, riforma della sanità.

Su quest’ultima le acque iniziano smuoversi ma non si capisce bene cosa si voglia fare. Probabilmente non lo sa nemmeno Trump stesso. Cancellare l’Obamacare si sta rivelando molto più complicato del previsto – in realtà quasi tutti gli analisti seri hanno scritto di come fosse così difficile rimanendo inascoltati – e le proposte sono confuse. Un paio di giorni fa, dopo che la bozza preliminare era sparita misteriosamente, è stata presentata al Congresso riuscendo a scontentare tutti. Brevemente, prevede tre cambiamenti principali: abolizione dell’obbligo di avere una copertura sanitaria, sostituzione dei sussidi federali con delle detrazioni sulle tasse ma con un massimale e la modifica dei criteri con cui assegnare le detrazioni. Non entro nel merito di ciascun cambiamento perché sono solo una base dalla quale partiranno le trattative e molto probabilmente verrà modificata pesantemente. I problemi principali sono che ogni stato ha potuto decidere alcune varianti all’interno di Obamacare e adesso rischiano di vedersi tagliati molti fondi statali. Inoltre questa riforma rischia di vedere alcune classi sociali molto depenalizzate e tra queste non solo i più poveri. Si vedrà come andrà a finire, il rischio frittata gigante è molto alto.

Il problema più complicato per l’amministrazione Trump è comunque la storia dei contatti con la Russia avvenuti tra molti dei suoi collaboratori durante la campagna elettorale. Trump e i suoi collaboratori hanno sempre negato ogni contatto tra loro e lo staff di Putin, anche sotto giuramento durante le audizioni al Senato per la conferma delle loro nomine. Peccato che l’FBI abbia trovato le prove di questi contatti e ciò abbia portato alle dimissioni, inevitabili, del consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn e del ministro della Giustizia Jeff Sessions, figure di primo piano all’interno dell’amministrazione americana. Le indagini andranno avanti e potrebbero portare a ulteriori conseguenze. Tra l’altro risulta sempre più sospetta la mancata pubblicazione della dichiarazione dei redditi del neo-presidente, accusato di avere profondi legami economici con alcuni finanziari russi molto amici di Putin. L’argomento “Russiagate” è molto complesso e soprattutto in divenire, ogni settimana si aggiunge un capitolo nuovo, vedremo anche questo come si evolve, darne un qualunque giudizio adesso risulterebbe molto affrettato.

Notizia abbastanza fresca, invece, è l’insensata accusa mossa dal neo presidente al presidente uscente. Trump ha infatti accusato Obama di aver intercettato illegalmente lui e persone vicine a lui durante i suoi ultimi mesi di presidenza. Notizia che basta leggerla ad alta voce per capire quanto sia assurda ma che invece viene ritenuta fondata dal presidente, tanto da chiedere un’indagine del Congresso. La fonte di tutto ciò sarebbe un presunto servizio giornalistico fatto dalla redazione di Breitbart News sulla base di storie inventate. La stessa redazione che avrebbe creato un servizio su notti di follia e aggressioni da parte di immigrati in Svezia. In realtà c’è solamente stato un arresto per droga di un cittadino svedese di colore in seguito al quale è nata una manifestazione spontanea. Però la fake news è stata il pretesto per giustificare maggiore durezza sull’immigrazione negli USA. Ricordiamocene quando la prossima volta sminuiremo la pericolosità delle fake-news.

Leggendolo così, il quadro di questi primi mesi di Trump è molto “d’impatto”. Però dobbiamo tenere a mente che sono, appunto, i primi mesi. La presidenza di Trump, salvo fatti clamorosi, durerà almeno 4 anni e questi 2 mesi conteranno relativamente sul lungo periodo. Certo, ci possono dare delle indicazioni su dove vorrà andare a parare e su che linea intende intraprendere ma non scordiamoci mai l’imprevedibilità dell’uomo Trump, quello che scrive tweet rabbiosi alle due di notte e se la prende con i programmi tv. Quello che però traspare è che il suo modo di “fare il capo” che usava nelle sue aziende, non sta funzionando bene al governo. Trump ha sempre creato un clima di costante incertezza tra i suoi collaboratori per cercare di fargli dare il 200% per risaltare sugli altri. Si può discutere se ha funzionato nelle sue aziende, molte delle quali fallite o quasi, ma è palese che non sia un metodo valido all’interno dell’amministrazione. Troppi errori, troppi personalismi, troppa incompetenza e superficialità. Gli gioca a favore che anche i Democratici americani hanno problemi di leadership al loro interno. Dopo la sconfitta della Clinton, al momento non sembra che ci sia qualcuno in grado di fare da faro all’interno del partito. Sanders, per quanto sia ancora molto efficace e sempre più seguito,  è ormai anziano e difficilmente potrà guidare efficacemente l’opposizione.

L’ho detto in campagna elettorale, l’ho ribadito nel post-vittoria e lo scrivo anche oggi: aspettiamoci di tutto. Da osservatore non nego che sia “gustoso” seguire le vicende americane che con Obama ci avevano abituato bene. Ma con Obama abbiamo comunque avuto la questione NSA, Manning e Snowden, le guerre nel medio oriente, le crisi ambientali. Immaginatevi cosa può succedere con Trump! Sempre sperando che non arrivi l’olocausto nucleare.