cycNon me ne voglia Vincenzo Nibali, che come tutti i miei connazionali sogno di vedere sul gradino più alto del podio sugli Champs Elysees. Ma la mia personale maglia gialla, al termine della seconda tappa del Tour de France, è andata al ciclista lituano Ramunas Navardauskas. Protagonista di un gesto che non lo immortalerà negli annali delle due ruote, ma che certamente è stato esaltato dai suoi colleghi che, come lui, ogni giorno devono combattere, oltre al caldo e alla fatica, con la minaccia più grande di tutte: il pubblico.

Che alcuni (per mancanza di prove) tifosi e l’intelligenza si pongano su due rette parallele non è certo una novità. Che l’avvento delle nuove tecnologie, inebriato da qualche birra di troppo, abbia accelerato l’oscuramento della già minuscola porzione di cervello funzionante di taluni è un dato di fatto. Non si spiega, altrimenti, come mai il simpatico sostenitore, assiepato come altri suoi simili un po’ più civili ai bordi della strada, abbia pensato bene di sporgersi pericolosamente in avanti con l’intenzione di scattarsi un selfie con la carovana dei corridori. Contravvenendo alla lungimirante campagna per un tifo responsabile voluta dagli organizzatori della corsa, al fine di prevenire sbandate e cadute già tristemente viste in passato.

Inutile chiedersi il perché di certi colpi di genio. Più facile prevedere i terremoti che i comportamenti dell’essere umano-tifoso e, come nell’isola di Lost, ogni possibile risposta porterà ad un’altra domanda. Meglio passare direttamente ai fatti, come ha dimostrato Navardauskas. Il Nostro, con uno scatto più liberatorio che di stizza, ha strappato dalle mani dell’incauto spettatore e gettato a terra l’infernale smartphone, regalandogli (purtroppo) sul web il quarto d’ora di celebrità di warholiana memoria  ma, allo stesso tempo, suscitando il plauso di una categoria costretta cronicamente ad improvvisarsi Mosé ed aprirsi dei varchi per non soffocare tra la folla. cyc 2

Senza scomodare esempi più oscuri appartenenti ad altri sport (me ne viene in mente uno dove un pallone viene calciato dentro impianti addobbati a trincee di guerra), le pecore nere del tifo proliferano sfrenate. E anche il pubblico del ciclismo, che resta tra i più belli con le sue scritte sull’asfalto e i suoi burloni dipinti da diavoli o spose, si macchia spesso di imprese che non sono certo da galera, però restano assolutamente evitabili. Per citare un episodio recente, all’ultimo Giro d’Italia un deficiente cammuffato da fan ha fatto da spartiacque alla carriera del nostro Francesco Manuel Bongiorno. Regalandogli un’inutile quanto incauta spinta sulla durissima salita dello Zoncolan gli ha fatto perdere l’equilibrio e la possibilità di vincere una tappa che, per tradizione, un ciclista può appuntare sul petto come una medaglia al valore.

Più che un inapplicabile Daspo, lo spingitore folle (che certamente si sarà difeso professando la sua buona fede), avrebbe meritato un assaggio di legge del taglione: ovvero, che Bongiorno gli facesse lo sgambetto davanti all’ufficio del capo che gli ha annunciato una promozione sul lavoro o che scappasse in bici con la sua promessa sposa ai piedi dell’altare. Chissà se servirebbe per fargli capire che tifo e buonsenso sono tutto sommato elementi conciliabili, a differenza di renziani e grillini, e che i brasiliani che ci piacciono non sono quelli che hanno condannato a morte Zuniga, bensì quelli che hanno applaudito a lungo la Colombia sconfitta con l’onore delle armi.

Nello sport, l’espressione più vera e profonda di sostegno resta il rispetto dell’atleta e del suo lavoro. Persino, ebbene sì, di fronte alle immagini di alcuni calciatori già abbrustoliti sulle spiagge e alla fuga di un ct in Turchia, con annesso ricchissimo contratto, a meno di due settimane dall’eliminazione al Mondiale.