Forse è vero, se Che Guevara fosse vivo non indosserebbe la sua maglietta.
Ma c’è da dire una cosa. C’è stato un momento in cui il Che ha smesso di essere un uomo ed è diventato qualcos’altro e il fatto che ancora oggi, a cinquant’anni dalla sua morte, il suo mito continui a vivere ne è la testimonianza.

Che Guevara fu per i sessantottini la leva che li spinse a lottare per un mondo migliore. Per noi che il sessantotto non lo abbiamo vissuto e che del comandante ne abbiamo letto solamente sui libri, il Che è sempre stato puramente leggenda.
In fin dei conti molti di noi hanno sognato di prendere una motocicletta e girare il mondo, non per turismo, ma per conoscerlo. Conoscerlo davvero. Forse per avventura, o forse con la speranza di trovare veramente noi stessi e di capire la nostra strada.

In tutti questi anni, leggendo le storie sul Che ho sempre trovato due scuole di pensiero, che si scontravano continuamente.
Da una parte chi lo dipingeva con l’aureola, dall’altra chi lo vedeva come un guerrafondaio e sanguinario. E mi sono sempre chiesto, dove sta la verità?
Probabilmente, come sempre, si trova nel mezzo.

Che Guevara non fu un santo e partecipó a quei crimini per cui Fidel Castro chiese pubblicamente scusa negli anni successivi. Ma dopotutto si sa che la guerra porta inevitabilmente l’uomo a compiere atti atroci o moralmente sbagliati. Gli stessi partigiani compirono atti aberranti, ma se oggi possiamo esprimere liberamente il nostro pensiero lo dobbiamo a chi decise di impugnare le armi contro l’oppressione. Dopotutto per noi che in guerra non ci siamo andati è sempre facile sentenziare.

Ma Che Guevara fu molto altro. Fu il medico che curó migliaia di lebbrosi, fu il ragazzo che vedendo la miseria e la povertà decise di farsi portavoce di coloro che non avevano un futuro.
Una volta sceso dalla sua Poderosa andò a combattere delle battaglie non sue, si schieró dalla parte dei ribelli e degli ultimi e in poco tempo divenne l’uomo più ricercato dai servizi segreti di tutto il mondo.
E se è vero che non fu un pacifista è anche vero che si allontanò dal leader maximo quando il governo di Cuba prese una deriva autoritaria e che riunció ad ogni gloria e protezione politica per non tradire il suo ideale (un gesto che oggi pare fantascienza).
Qualcuno potrebbe obiettare che anche Madre Teresa curò i lebbrosi schierandosi a favore degli ultimi. Verissimo, e anche sulla sua santità, infatti, ci sarebbe da discutere.

Il diario del Che si chiude il 7 ottobre del 1967, due giorni prima di venire catturato, torturato e ucciso. 50 anni fa esatti.
Guccini cantava che quando “un eroe si perdeva, qualcosa finiva”. Con la morte del Che non se ne sono andati solo l’uomo e il rivoluzionario, ma anche quel concetto di rivolta e di lotta contro le ingiustizie.

Oggi i più deboli li sosteniamo con un like , con qualche aforisma e con la condivisione di una foto che ritrae un bambino morto su una spiaggia.
Oggi abbiamo il lusso di poter perdere tempo in pagliacciate come le manifestazioni contro i vaccini, i referendum a favore dell’indipendenza della Catalogna e dello statuto speciale del Veneto (indipendenza da che?).
Perdiamo tempo in queste idiozie dimenticandoci di scendere in piazza per le cose davvero importanti.
Ma dopotutto abbiamo la fortuna di essere quella generazione che “la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani, sicuramente”