Io mi ricordo quando a scuola ci obbligavano a rispettare il minuto di silenzio, dopo tragici eventi, come l’attacco alle torri gemelle, ad esempio. Ricordo che suonava la campanella, ci si alzava in piedi, e in maniera composta, a capo chino, si stava in religioso silenzio.

Cosa una classe di pre adolescenti come noi pensasse in quei sessanta secondi non lo so con certezza. In quel lasso di tempo si possono fare una marea di cose, paradossalmente. Anche solo per un attimo è facile finire per pensare davvero alle vittime, a quanto tutto possa essere così passeggero, dispiacendosi sinceramente per persone mai viste, immaginandosi per un attimo nei panni di chi in quell’occasione ha perso qualcosa di prezioso.

Non ha mai cambiato nulla quell’usanza, ma l’ho sempre ritenuta importante. Bisogna fermarsi, fare silenzio un attimo, prima di ricominciare.

Purtroppo, quasi più nessuno oggi riconosce l’importanza del silenzio e lo sostituisce con chili e chili di parole vuote. Dopo il tragico disastro avvenuto a Genova qualche giorno fa, alcune famiglie hanno preteso di svolgere i funerali dei propri cari in intimità. Niente Stato. O meglio, nessun suo rappresentante.
Si è deciso di tornare al silenzio ed evitare quelle disgustose passerelle di politici pronti solamente a sfoggiare il proprio faccione sorridente (sorridente!) in un contesto così tanto delicato e doloroso.

No, lo Stato, o meglio i suoi rappresentanti, questa volta ne rimangano fuori. Si badi bene: non si intende chiudere le porte ad un’entità, ma a chi, ad oggi, ne porta il nome. Perché siamo arrivati purtroppo all’epoca dei like, dei commenti su Facebook, delle storie su Instagram, dei cinguettii su Twitter. Miliardi di parole che dobbiamo dire.

Dobbiamo far sapere che ci siamo stati, che l’abbiamo scampata per un soffio perché l’anno prima eravamo passati lì vicino, che comunque i migranti non sono entrati, che era prevedibile, che il colpevole è lui, che invece è l’altro. Qualsiasi cosa, pur di evitare il silenzio che ci obbligherebbe a pensare, a sentire il dolore dell’altro e a provarne pietà.

Rispettiamo la scelta di queste famiglie. Ritorniamo ai minuti di silenzio a scuola, per strada, nelle nostre vite. Spegniamo i social e chiudiamo la bocca. Niente campagna elettorale, per questa volta.