Da qualche giorno è disponibile, all’interno del catalogo Netflix, il documentario Casting JonBenet.  Terza opera della giovane regista australiana Kitty Green, è un documentario molto particolare che parla dell’omicidio della piccola JonBenèt Ramsey, avvenuto nel 1996 a Boulder, Colorado.

La storia ebbe molto clamore mediatico per via di molteplici fattori, tra cui la giovanissima età della vittima di appena 6 anni. JonBenèt era una cosiddetta “reginetta” dei concorsi di bellezza per bambini – molto in voga negli USA – e la madre Patsy vedeva in lei una prosecuzione della sua carriera di modella. Ufficialmente venne rapita la notte del 25 Dicembre e ritrovata il 26 pomeriggio, morta, nello scantinato della casa. Cosa sia successo veramente, ad oggi, rimane un mistero e i sospetti si sono posati nel tempo sui genitori, sul fratello poco più grande di lei, su un estraneo, su un amico di famiglia e su un mitomane pedofilo che confesso l’omicidio senza averlo davvero compiuto.

Il documentario ci presenta tutto questo in una maniera molto differente dal solito. Innanzitutto manca completamente la voce narrante, tipica del genere. La storia e la ricostruzione dei fatti sono portate avanti da alcuni abitanti reali di Boulder – famosa per essere il luogo in cui si svolgeva la serie tv Mork & Mindy – che si presentano per dei provini per recitare le parti dei protagonisti della vicenda. In questo modo, mescolando interviste pre-provino e parti recitate ci raccontano i fatti ma anche molto altro. Vengono fuori i loro pensieri e le loro considerazioni sulla vicenda e sulle persone, le loro teorie e tutto ciò che li ha colpiti.

La parte più affascinante, ma allo stesso tempo inquietante, è quando dal ricordo della vicenda alcune persone passano al ricordo di loro fatti personali, usati per rafforzare le loro idee. Alcune sono storie davvero toccanti e mostrano come il “male” possa nascondersi in ogni famiglia, dentro le persone più insospettabili.

L’effetto combinato di intervista “a cuore aperto” e di parti recitate, alcune delle quali in un teatro di posa, è bello e straniante allo stesso tempo. I pochi movimenti di macchina sono sempre lenti, orizzontali, calmi. Non viene mai ricercato il sensazionalismo o l’effetto scenico, in forte opposizione con tutto quello che successe, anche da un punto di vista mediatico.

Un problema del documentario è che, riportando i racconti degli attori, non segue una linea temporale netta e risulta, in alcuni momenti, un po’ vago. Alcuni elementi non vengono più ripresi e altri invece vengono trattati al limite del pettegolezzo. Questo però favorisce il tono del racconto che non vuole mai giudicare ne trovare una verità, anche perché ufficialmente è un caso ancora aperto, essendo stati scagionati tutti i sospettati. L’intento è chiaramente quello di mostrare le varie opinioni e trattarle come tali. Una seconda nota negativa è la presentazione della città di Boulder, raccontata come di una piccola cittadina di provincia isolata e in cui tutti si conoscono. Nella realtà però ha oltre 105mila abitanti e si trova nell’area metropolitana di Denver, non sicuramente un luogo isolato. Tra i vari attori, tutti non professionisti ovviamente, che compongono il “cast” alcuni emergono e danno una prova davvero eccezionale.

Casting JonBenet ci mostra un modo sicuramente diverso ma efficace di trattare una vicenda così oscura, tetra con tante ramificazioni nei vari aspetti della nostra società, dal sessismo alla pedofilia. Sono 80 minuti forti, con parti davvero angoscianti e alcune (poche) più leggere. Personalmente lo consiglio vivamente, anche a chi non è amante del genere documentaristico, evidenziando però che in alcune parti può risultare particolarmente pesante ai neo o futuri genitori.