Ieri, martedì 10 Aprile, il fondatore e CEO di Facebook (Hi Mark, we know you’re reading 😉 ) era a Washington per una attesissima udienza in senato. L’udienza era richiesta da anni ma Zuckerberg, fino al caso Cambridge Analytica, aveva sempre rifiutato. Dopo il caos delle ultime settimane (trovate un articoletto scorrendo il blog) e il mezzo tracollo in borsa, i tempi si sono fatti maturi (e necessari).
Molti osservatori si aspettavano qualche passo falso del giovane informatico, uno che di solito ha grosse difficoltà in pubblico, persino nei suoi keynote preparati. Nei primi minuti, in effetti, con il suo inusuale completo blu, seduto su un cuscino e con gli occhi sbarrati, sembrava un agnello diretto al macello. Invece se l’è cavata decisamente bene. O almeno è passata l’idea che se la sia cavata bene. Sono cose leggermente differenti ma che hanno molta importanza: il titolo di Facebook ha recuperato in una sola seduta molto di quello che aveva perso, segnale di fiducia intorno al giovane.
Se però si guardano le risposte di Mark, non tutto torna. Ha dichiarato che la piattaforma è stata creata nel suo dormitorio da ragazzino e che quindi alcuni errori sono stati fatti. Questa, tipica mossa per sembrare più umano è servita anche per ammettere delle colpe sulla mancata valutazione di alcuni rischi che, di fatto, non si conoscevano perchè materia in continuo divenire. Dopo aver ammesso le sue colpe ha anche parlato di come voglia sistemare i problemi (tutte cose però già dette in passati comunicati). Alle domande sui contenuti presenti su Facebook – altro argomento molto dibattuto – ha detto che loro sono responsabili solo della loro presenza ma non del loro contenuto e cercheranno di monitorare maggiormente e con più cura. Si è poi passati alla questione se Facebook sia o meno un monopolio perchè non ci sono concorrenti. Qua Mark ha calato la poker face dicendo di non considerare Facebook un monopolio ma sviando poi dalla domanda in fretta e furia. L’unico vero momento critico si è avuto quando un senatore a chiesto a Zuckerberg se poteva dire il nome del suo hotel a Washington e i nomi delle persone con cui a parlato negli ultimi giorni, in modo da “connetterlo con chi lo seguiva”. Mark, ovviamente, si è rifiutato facendo capire quanto tenga alla privacy e mostrando il fianco alle critiche sulla privacy dei suoi utenti.
Se buona parte degli analisti ha concluso che Zuckerberg abbia fatto bella figura è anche “merito” delle domande dei senatori. Ad esclusione delle prime e più ficcanti, sono state fatte delle domande molto generiche e spesso inconcludenti. Questo ha dimostrato come la politica sia molto lontana (anche anagraficamente) dalle nuove tecnologie. Due esempi: la richiesta di spiegare come Facebook riesca a rimanere gratuito (con le pubblicità); se è vero che WhatsApp spia i suoi utenti dal microfono (no, è una teoria cospirazionista). Svilente anche l’immagine dei senatori che dopo aver posto la propria domanda ascoltavano indifferenti la risposta e se ne andavano. Alla fine della seduta non c’era quasi più nessuno.
La notizia più interessante delle 4 ore di udienza, è che il ceo di Facebook ha lasciato aperta la possibilità che il social network possa diventare a pagamento in futuro o quantomeno avere una versione free e una con abbonamento. Vedremo gli sviluppi.
Nel complesso non ci sono state rivelazioni o grosse novità. Sulle domande più spinose si è svicolato e l’impressione generale è che a molti politici non interessi granchè la faccenda. Forse un’occasione sprecata o forse si è ricavato il possibile dal materiale umano che si aveva. Sta sera andrà in scena il secondo round con una nuova udienza davanti ai rappresentanti della camera. Difficilmente il copione sarà diverso da quello di ieri e nessuno si aspetta granchè. Sembra che, salvo nuovi e clamorosi sviluppi, la vicenda Cambridge Analytica si sgonfierà velocemente e tutto tornerà com’era prima. Magari a pagamento!