Agli albori dell’avvento delle app di messaggistica e dei social, qualche intellettuale si rallegrò: finalmente, nell’era della dittatura delle immagini, si torna a dare importanza alla parola scritta. Vero. Peccato che questo non abbia coinciso con la tutela e la salvaguardia della stessa (la parola scritta, dico). Su Facebook in particolare la lingua italiana subisce, ogni giorno, più torture che un prigioniero in un carcere di massima sicurezza egiziano. Inevitabile, sia chiaro: non si può pretendere da ognuno un uso impeccabile di doppie e congiuntivi. Mica possono essere tutti Petrarca o Manzoni. C’è una categoria, però, alla quale non si può concedere il lusso di massacrare la lingua quando e come vuole a colpi di ‘qual’è’ e ‘Lo fatto a posta’. E’ la categoria dei politici.

Una persona che riveste una carica così importante, con incarichi di rappresentanza e responsabilità, e che lavora (pagato con i nostri soldi) per assumere decisioni che riguardano le nostre vite, non può non conoscere la lingua italiana. Dicevamo dell’avvento dei social: ecco, da quando i politici non si affidano più ai portavoce e agli uffici stampa e comunicano direttamente il loro illuminante pensiero smanettando con lo smartphone, noi cittadini abbiamo potuto toccare con mano l’ignoranza grammaticale di parecchi esponenti della categoria. Quella che prima veniva tamponata da qualche povero addetto stampa. Non che prima avessimo bisogno di tante conferme, eh. Il quadro diventa drammatico scendendo di categoria: il politico locale. Quello che non ci delizia solo con messaggi sulla sua pagina personale, ma spesso interviene nei cosiddetti gruppi cittadini, che a volte amministra o modera direttamente. Proprio lui. Quello che ha un’idea da trasmetterci, e deve solo capire in quale lingua farlo.

Intendiamoci: un congiuntivo si può sbagliare ogni tanto, così come non è peccato mortale – grazie a Dio – se non si destreggiano i passati remoti di ogni verbo come se si giocasse con la playstation. Ma. C’è un ma. Che nell’anno 2017 un politico, una persona che per lavoro dialoga con altre persone, consulta e firma documenti (scritti), vive di comunicazione e di interscambi, rappresentando in ogni momento della sua attività il cittadino, scriva sulla sua bacheca un post condito da obbrobri da dettato di prima elementare, beh è semplicemente inaccettabile.

Come può una persona totalmente allergica al dizionario, che sceglie a caso gli accenti come se tirasse un dado, che non capisce quando la ‘E’ viene usata come verbo essere o come congiunzione, che evita la punteggiatura come se virgole e punti si pagassero un tanto all’etto, pretendere di essere minimamente credibile? Ed infatti non lo è, a meno che non abbia deciso di fare carriera puntando sul macchiettismo da Bagaglino alla Razzi.

Non è vero che la pratica vale più della grammatica, se la prima dipende anche dalla seconda. Noi cittadini pretendiamo – necessitiamo – di persone preparate, anche dal punto di vista grammaticale, e più che mai in questa terribile era di populismi, fake news e pressapochismo da parte di molti esponenti delle istituzioni. Invece, post dopo post, il declino della lingua dell’Alighieri è paragonabile a quello di una lenta eutanasia. C’è persino da rimpiangere l’italiano impeccabile parlato da Berlusconi (quanto alla storia, vedi i casi Fratelli Cervi e Romolo e Remolo, forse qualche lacuna Silvione la accusa, ma lo perdoniamo).

Il politico (soprattutto quello locale), di fronte a questa accusa, risponderà che siamo a corto di argomenti. Bene. E a sua volta chiederà: cosa è meglio che faccia un politico, lavorare per le persone bisognose o scrivere bene in italiano? Non so voi, ma io vorrei facesse entrambe le cose. Tutte e due, sempre. Anche perché se ci dite ‘prima gli italiani’, allora che sia anche ‘prima l’italiano’. Che, fino a prova contraria, è la prima lingua parlata nel Paese che ci dite dobbiamo difendere a tutti i costi.