libro-2J. D. Salinger scriveva “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato, sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.”

Di libri come quello descritto da Salinger ce ne sono parecchi, che non solo sono scritti bene, ma sanno accompagnarti nel loro mondo con una travolgente delicatezza. Uno di questi, l’ultimo della mia raccolta in ordine di tempo, è “Fossi in te io insisterei” di Carlo Gabraldini, il mitico ‘Olmo’ di Camera Café. Un libro delicato, come il filo conduttore che unisce le sue pagine: la morte di un papà, il bisogno di fare i conti con l’assenza e il “coming out” con se stessi, ammettendosi e accettandosi. 235 pagine di carta spessa, nelle quali immergersi è più semplice del previsto. 235 pagine di lettera al padre, una lettera che parla anche un po’ a te, anche se tu il papà ce l’hai lì al tuo fianco. Ti coinvolge, come se durante tutto il tempo della lettura tu non avessi fatto altro che startene seduta al tavolo di un bar con l’autore del libro, come due buoni amici. Ti sorprende per l’attualità dei suoi discorsi, con la leggerezza delle sue parole che non è mai superficialità.

Nonostante sia uscito in tutte le librerie italiane da più di un anno, solo adesso riesco a riprenderlo in mano e a parlarne. Sì, perché se per divorare quelle pagine bastano pochi giorni, per digerirle occorre decisamente più tempo. In un momento in cui il tema dei diritti omosessuali scala le vette delle classifiche di qualsiasi conversazione, potrei riempire questo foglio bianco citando, commentando e analizzando i pensieri che il Gabardini in questione elabora in merito alla sua omosessualità. E invece no. Non questa volta. Se ho ripreso in mano, a distanza di tempo e di esperienze, queste pagine non è stato per le esternazioni personali di un uomo con un orientamento sessuale diverso dal mio, ma per un passaggio, coinciso e preciso, che nulla ha a che vedere con chi decidiamo di portarci a letto la sera, o forse sì, se ci ricordiamo che è con noi stessi che dormiamo ogni notte.hqdefault

Fossi in te, io insisterei. Ecco, tutto qui. In pochissime parole, questo è il motivo che mi ha spinto a tirare nuovamente fuori il libro dalla mia libreria, a rileggere affannosamente quegli stralci che avevo sottolineato, cerchiato, evidenziato un anno fa, e che mi invogliarono a scrivere una mail a Carlo (posso chiamarlo Carlo? Carlo e basta?). Gli scrissi tutto d’un fiato, come si scrive all’amico che non vedi da tanto, e che improvvisamente vuoi invitare a prendere un caffè, perché vuoi sapere come sta, e magari raccontargli come stai tu. Gli scrissi circa un minuto dopo aver finito di leggere il libro, piangevo ancora -a singhiozzoni proprio!-, come quando ti lascia il fidanzato e non ci credi, come quando il fidanzato te lo trovi e ci credi ancora meno. Gli dissi ciò che provavo, cercando di mettere per iscritto una serie di emozioni confuse che le sue parole avevano svegliato in me.
Non è importante raccontare che mi rispose, né che lo fece con tanto garbo e delicatezza che davvero speravo abitasse dall’altro lato del mio paese per correre a suonargli il campanello. È importante, o per lo meno lo è per me, parlare anche solo un attimo di ciò che quel libro custodisce.

Carlo ha un sogno, come tutti, e un talento, come tanti. Carlo ha una bella famiglia e un papà che vorrebbe che il figlio seguisse il suo percorso, affrontando gli studi della giurisprudenza. Come molti. Carlo sa fare l’attore, fa ridere, emozionare, scrive bene. Carlo vuole recitare, e il giudice, al massimo, rappresentarlo in un’opera teatrale. Carlo ha più o meno la mia età quando si ammala suo papà, e quando, bocciato alla scuola di recitazione, si sente dire dall’uomo che lo ha sempre immaginato con la toga indosso “Fossi in te, io insisterei”. Carlo mi ha motivato a continuare, anche e soprattutto in tutti quei momenti in cui ho l’impressione di non farcela. È il paracetamolo contro l’arrendevolezza.Carlo_Gabardini_by_Andrea_Ottaviani_-_International_Journalism_Festival_2014

…credo che ognuno dovrebbe fare il proprio personale coming-out esistenziale, prendere così la vita in mano e cominciare a viverla, senza curarsi se ciò deluderà le aspettative di chicchessia. Può aiutare incastrarsi, rendersi conto che cambiare è fattibile, rendersi conto che un’altra esistenza è possibile e, dunque, forse anche un altro mondo. E io penso che tutto ciò vada fatto senza rinnegare il proprio passato, senza ritrattare l’accaduto, senza dimenticare da dove veniamo, ricordandosi che noi siamo la somma di ciò che abbiamo vissuto fino a quel momento. Serve insistere, occupandosi del percorso e pochissimo della meta e rimanendo –con gli occhi spalancati sul mondo– in relazione: con l’Altro, col tutto, con se stessi. E siccome, almeno per quanto mi riguarda, la paura e la quasi certezza di non farcela sono entrambe enormi, tocca almeno stare allegri senza prendersi troppo sul serio.

In qualunque fase della vostra vita vi troviate, vi invito a godervi questa coccola di carta spessa. Magari, chi lo sa, anche a voi verrà la voglia di scrivere a Carlo, ad un caro amico o a voi stessi. Ma, in ogni caso, che si tratti di una passione, di un sogno, di un piccolo talento, buona insistenza!