All’inizio neanche volevo vederlo, Better Call Saul. Il solito spin-off studiato per sfruttare fino alle ultime risorse un fenomeno di portata unica come Breaking Bad. Nulla di più sbagliato.

Nato da una serie che ha fatto scuola nel suo genere, Better Call Saul riesce ad imporre la sua presenza a tutti gli effetti come storia che si regge in piedi autonomamente.
La serie, ambientata alcuni anni prima dei fatti di Breaking Bad, racconta la storia dell’avvocato Saul Goodman, allora noto come Jimmy McGill, il fratello poco raccomandabile del celebre avvocato Chuck McGill. Oltre al protagonista, la serie racconta la storia di Mike Ehrmantraut, sicario del distributore di droga Gus Fring, entrambi personaggi conosciuti in Breaking Bad.

Nel corso delle quattro stagioni, la parabola di Jimmy McGill riesce a catturare lo spettatore, facendolo lentamente immedesimare nella storia di un uomo cresciuto all’ombra di un fratello inarrivabile e diventato poi un delinquente. Nel corso della storia, finisci per non poter fare a meno di giustificare le scelte errate e poco legali di Jimmy, imputando la colpa al severo Chuck, che ha fatto della legge il suo fine di vita supremo e che non ha mai visto nel fratello minore una persona meritevole di gestire tale responsabilità.

L’ultima stagione, che si apre alla morte del fratello Chuck, ribalta questo schema. La ‘Simpathy for Devil’ di Jimmy McHill passa da valvola di sfogo a bisogno vitale del personaggio, che non riesce più a sopprimere il suo lato oscuro. Con la morte del fratello, da sempre suo metro di paragone, questa sensibilità al male esplode, divorandolo. Nel rigettare completamente la sua parte di responsabilità per la morte di Chuck, il protagonista seppellisce Jimmy e il suo tentativo di crearsi un futuro onesto, diventando a tutti gli effetti colui che conosciamo come Saul Goodman.

Il finale di stagione sintetizza perfettamente il percorso che porta Jimmy al suo ‘Breaking Bad’. Quando una studentessa con piccoli precedenti per furto si candida per una borsa di studio, Jimmy la ferma dandole, a modo suo, una lezione: lei non sarà mai accettata da quel mondo, il mondo degli integerrimi, dei puri il cui lato oscuro non è probabilmente mai stato solleticato. Ma è, ancora, solo una giustificazione. Jimmy è artefice del suo destino, pur non essendone consapevole. Jimmy sceglie volontariamente di diventare Saul e di mettere il suo mestiere al servizio di quelli come lui, i reietti ai margini della società.

Da non tralasciare il personaggio di Kim, l’avvocato all’apparenza perfetto, eppure sensibile al brivido del crimine, che inizia una relazione sentimentale con Jimmy. Anche con lei, i registi fanno un’opera da maestro, mostrando come il lato oscuro possa essere presente anche nei personaggi più cristallini. A differenza di Jimmy, però, Kim mantiene una scala di valori morali, che non le permette di fidarsi del compagno e di condividere con lui uno studio legale. Nel momento in cui Jimmy perde la sua umanità, il rapporto tra i due si spezza.

Pur concentrandosi sulla storia di Jimmy/Saul, i registi riescono ad approfondire anche la storia del personaggio di Mike e la nascita del sodalizio lavorativo tra lui e Gus Fring. Mike è un uomo pragmatico, il cui intuito e capacità di cogliere anche i più insignificanti dettagli di una persona sorprendono ad ogni episodio, rendendolo l’uomo prescelto da Gus. Eppure, anche lui sbaglia, riponendo la sua fiducia nell’uomo sbagliato. La scena finale in cui Mike, messo alle strette, spara all’ingegnere tedesco che sta costruendo il futuro bunker della droga che farà da laboratorio a Walter White è di una bellezza visiva che ti fa dimenticare il piccolo schermo del tuo pc. Ed in quel momento, anche Mike accetta l’ineluttabilità del suo destino, quello di non poter più essere dalla parte dei buoni.

Ancora una volta, i registi Vince Gilligan e Peter Gould riescono a smontare le morali classiche, mettendo in luce il lato oscuro che anche il più insospettabile degli individui possiede. Come Breaking Bad, anche Better Call Saul sbatte in faccia allo spettatore la verità che non vuole vedere, mostrando la fragilità della ‘coscienza’ umana che preferiamo nascondere, rifugiandoci in un mondo in cui, alla fine, siamo sempre i buoni.