imagesNon c’è pace più per nessuno. Reduci da troppi anni in cui la guerra non l’abbiamo cercata, ecco che ora è lei che cerca noi. E non c’è modo di scamparla! Si possono spegnere radio e TV, si possono oscurare i siti di informazione, ma poi capita che un giorno ci venga il dubbio: “Ma come si fa il pane?” Allora il mouse corre su Google, avvia la ricerca per la parola “Pane bianco” e zac! Di nuovo la guerra. Eh però della guerra ne siamo schiavi, ci inorridisce ma in fondo ci interessa. Non si può far altro che scorrere le notizie e capire come si possa mettere in scena una guerra a suon di farinacei…

Panebianco sta per “Prof. Angelo”, docente dell’Università di Bologna e noto editorialista del Corriere della sera. Il suo nome e la sua faccenda hanno occupato in questi giorni tutte le testate nazionali all’indomani di alcune forti contestazioni studentesche avvenute durante le sue lezioni.

Alcuni studenti l’hanno accusato di ineggiare alla guerra (e, va detto, che è una critica difficile da smontare) ma la domanda è: in quale modo?

Già perché purtroppo vivo in un ambiente universitario piuttosto piatto e monotono. Le bacheche sono piene di locandine di discoteche o di annunci per ripetizioni di matematica e statistica. Mai una locandina di sensibilizzazione, al limite di essere politicizzati (ma mica tanto eh, anche solo un po’), mai una contestazione, nulla di nulla. C’è da dire, però, che dalle mie parti grosse battaglie da combattere non ce ne sono, e quindi beati loro a Bologna che hanno qualcosa per cui litigare un po’, qualcosa per cui servirsi vivi ed attivi.index

Già mi immagino volantini di carta rossa e inchiostro nero sparsi sui banchi, locandine caricaturali di Panebianco con un AK47 in braccio, un progetto fotografico abusivo nel cortile dell’ateneo sui danni delle guerre nel mondo.
“Ehm, no guarda, cose simili le abbiamo già fatte ma vorremmo cambiare un po’ stile”.
“Ah, del tipo?”.
“Mah la nostra idea era fare irruzione in aula con uno striscione, interrompere la lezione, scrivere sulla lavagna cose nostre e se ci riusciamo imbrattare di vernice rossa l’ufficio del professore”.
“Ah! In poche parole vorreste diventare fascisti”.
“Esattamente, ma di sinistra”.
Attenzione. Difendo ed esalto sempre l’attivismo universitario. Quegli ambienti sono da sempre le fucine più inarrestabili del nuovo pensiero e, si sa, il nuovo è destinato a combattere con il vecchio. In questo caso, tra l’altro, non si tratta di vecchio o nuovo. Ci sono studenti che hanno pochissime possibilità di confrontarsi con uno stimato professore, il quale non solo tiene diversi corsi universitari ma scrive altresì per uno dei quotidiani più importanti della nazione. Hanno idee diametralmente opposte e un bacino d’utenza neanche paragonabile. Per intenderci potrebbe essere un Davide vegano contro un Golia carnivoro. Dio ci salvi da un mondo dove Davide non possa protestare, ma per protestare, a mio modestissimo modo di vedere, ci sono svariati modi migliori di questo che, sotto molti aspetti, sa più di aggressione intellettuale.pane

Leggo poi sui quotidiani che altri studenti giorni successivi hanno allestito una finta trincea davanti a scuola, con tanto di sacchi di sabbia e filo spinato, uniti sotto lo slogan “Se questa è l’Università della guerra, noi non le daremo pace”. Ecco fatto, la protesta perfetta: eco nazionale raggiunto (perché ammettiamolo, è un’idea geniale), diritti violati nessuno, messaggio chiaro ed inequivocabile.

Per le proteste la ricetta è sempre la stessa: più teatralità, meno violenza. La prima fa odience, la seconda crea dei martiri (a cui pagare la scorta).