Una delle notizie più importanti degli ultimi giorni è stato l’arresto a Londra dell’ hacker/giornalista Julian Assange. Le immagini del suo arresto hanno fatto il giro del mondo, lui con il suo aspetto a metà tra Ibrahimovich e Padre Pio – sicuramente quest’ultimo non voluto ma incredibilmente azzeccato se pensiamo all’aspetto quasi messianico della figura/mito di Assange – trascinato a forza dentro il furgoncino della polizia. Giustamente si è scatenato un intenso dibattito, non privo di roboanti dichiarazioni estemporanee e meme assortiti, intorno alla sua persona e al valore delle sua azioni, con derive, se vogliamo, anche etico filosofiche.

Per me parlare di Assange è molto difficile. Vivo internamente una dualità di giudizio notevole su di lui e sul suo operato. Eroe o carogna? Approfittatore o ingenuo? Non riesco a decidermi.

In effetti l’attivista australiano ha sempre “giocato” sulla sua natura un po’ indecifrabile e nel corso degli anni le sue opinioni e idee hanno spaziato quasi a 360° e spesso si è contraddetto o, più semplicemente, ha cambiato idea.
Non sto a ripercorrere tutta la carriera, quella ve la trovate facilmente googlando; mi interessa fare alcune considerazioni.

Assange è noto per la piattaforma Wikileaks e per il fatto di aver portato alla luce segreti politici e militari abbastanza inconfessabili. E’ stato quello che, in nome di un ideale puro e alto come la libertà si è fatto martire per la conoscenza globale. Allo stesso tempo la creazione di Wikileaks non è proprio stato il lavoro di un solo uomo ma, come spesso accade in questi ambiti di ethical hacking, un lavoro di gruppo. Gruppo che non è stato quasi mai menzionato, soprattutto dopo che in tanti se ne sono dissociati per motivazioni interne di carattere etico e non solo.

Wikileaks, infatti, è rappresentativo della stessa dualità di giudizo sul suo “ideatore”: da una parte doveva essere, ed è stata, la piattaforma web dove poter svelare al mondo complotti reali e retroscena globali; dall’altra è stata usata senza nessun tipo di controllo e verifica da alcune nazioni (Russia in primis che ne ha anche finanziato parzialmente la realizzazione) per i loro scopi di destabilizzazione della politica mondiale.

E’ innegabile, ad esempio, che tramite Wikileaks la Russia abbia potuto svelare al mondo la questione delle mail di Hillary Clinton – questione che ha avuto un forte eco mediatico ma che nella sostanza era pochissima cosa – favorendo la vittoria di Trump alle presidenziali Usa. Non è ovviamente l’unico esempio di attività grige (o nere, come nel caso dell’elenco degli infiltrati della CIA all’interno dell’ISIS). Stabilire al 100% che Wikileaks sia strumento virtuoso più che dannoso è, ad oggi, impossibile. O meglio, a seconda della propria sensibilità la si valuta in diverso modo.

Anche il lavoro cosiddetto “giornalistico” di Assange non è scevro da critiche. Il punto focale sul quale si concentra la gran parte della stampa, è il rapporto con Chelsea Manning, tramite la quale ha avuto accesso ad una lunga serie di documenti segreti militari, tra cui il famoso video “Collateral Murder” nel quale si vedono due elicotteri americani uccidere 12 civili disarmati. Assange ha sempre sostenuto che il loro fosse un tipico rapporto fonte-giornalista. Però è risaputo anche che Assange ha convinto Manning a trafugare i documenti hackerando alcune password. Questa è la cosa materiale di cui è accusato Assange dagli Usa, per la quale è stato arrestato nei giorni scorsi, ed è anche la cosa che più gli viene criticata.

La fonte dovrebbe sempre essere, appunto, una fonte e non una persona da convincere a compiere un reato. Infatti mentre Assange viveva a Londra nell’ambasciata dell’Ecuador, la Manning viveva in isolamento in un carcere militare. Di fatto Assange viene accusato, in maniera politicamente trasversale, di essere stato irresponsabile e di aver approfittato di una persona per il suo tornaconto. Allo stesso tempo, se lui non avesse agito in quel modo, forse oggi quei documenti non li avremmo.

Siamo sempre lì: eroe della libertà o codardo opportunista?

Da una parte è innegabile la sua importanza “storica”, dall’altra le modalità con cui ha agito sono decisamente condannabili. Il fine ha giustificato il mezzo? Forse sì, forse no. Forse proprio la storia – che però fanno quasi sempre i vincitori – saprà darci una risposta.

C’è poi un ultima considerazione che voglio fare su Assange: la rivoluzione della figura dell’hacker. Una rivoluzione, di nuovo, non necessariamente positiva. Lui ha sicuramente portato nuova luce e popolarità al compito dell’hacker, specialmente di quello impegnato per un ideale più grande. Le sue interviste, i suoi discorsi sull’argomento sono molto interessanti e spaziano notevolmente da un tema all’altro. Ha anche cambiato l’immagine dell’hacker, rendendo molto più glamour. Però contemporaneamente gli ha tolto quel velo di mistero, quella patina di inaccessibilità che aveva.

Con Assange tutti possono diventare cyber attivisti, anche solo diffondendo gratuitamente materiale protetto da copyright. Una semplificazione che spesso non tiene conto delle conseguenze non solo per l’hacker coinvolto ma anche per quelli che si vedono mancare la propria fonte di sostentamento. Non sempre è la grossa corporation malvagia e succhia linfa vitale tipica di un certo immaginario attivista, spesso è la piccola casa di produzione.

Concludo con un notevole cambio di prospettiva e “dimensione” del personaggio in esame. Assange viene tirato in ballo sempre quando si parla di libertà di informazione, soprattutto nei discorsi “alti” e sui massimi sistemi. In Italia, negli stessi giorni, si assisteva ad un caso diverso e, se vogliamo, molto più piccolo ma non meno importante. Il noto giornalista economico Oscar Giannino si è visto pignorare conti bancari e stipendio per aver perso una causa contro la Rai. Giannino nel 2008 pubblicò su Libero Mercato un articolo sulla presunta lottizzazione politica in Rai e allegò un documento originale e controllato in cui comparivano circa 900 nomi di dirigenti. Ad ogni nome era collegato un partito politico che lo appoggiava.

L’articolo, che non citava nessun nome e non faceva nessuna illazione ad personam, fece molto clamore per poi finire in poco o niente. Dopo 11 anni si è arrivati ad una conclusione e Giannino deve risarcire 145 mila Euro. Fondamentalmente per aver pubblicato un documento interno alla Rai originale che, di fatto, confermava una cosa che si sapeva da anni. Le persone coinvolte non sono ovviamente ascrivibili allo stesso spessore umano e ideologico della vicenda di Assange ma il principio è esattamente lo stesso. E’ legittimo pubblicare un documento del genere? In che misura? Fino a dove ci si può spingere?

La libertà è sempre bella finché è un ideale, quando si va nel “pratico” diventa tutto più difficile. Soprattutto vedo tanto doppiopesismo e tanti “ma” o “però”, alcune cose si possono dire e altre invece no, a seconda di chi coinvolgono e delle nostre relazioni con loro. E a volte mi verrebbe da rispondere con un bel “taci miserabileeeee!!!”.