Antonio Benarrivo, tu sei stato il simbolo di un Parma vincente che negli anni ’90 primeggiava in Italia e in Europa, con te sono arrivati tutti gli otto titoli, hai tra l’altro vinto l’ultima coppa Uefa alzata da una squadra italiana. Da un decennio però, nessun trofeo internazionale viene portato a casa da una formazione nostrana. Qual è il problema del calcio italiano? Più economico o di mentalità?

Penso sia un problema prima di tutto di mentalità, ma anche di organizzazione, voglia e cattiveria. Non dimentichiamoci che quest’anno ci sono due squadre inglesi in finale di Champions League, formazioni che hanno tutte queste caratteristiche. Da qualche anno a questa parte ce lo hanno dimostrato, oggi con City e Chelsea lo scorso anno col Liverpool.

Fra le molte notizie e novità dell’ultimo periodo, quella che ha creato più scalpore è sicuramente il progetto SuperLega. E’ un discorso chiuso o solo rimandato?

E’ un discorso chiuso, ho avuto subito la sensazione che non si sarebbe potuta realizzare e non si dovrebbe fare, anche perché bisogna rispettare anche la storia. Bisogna dare la possibilità a tutte le squadre di poter trionfare in Europa come squadre italiane, come è stato per esempio il mio Parma. Relegarle in un campionato minore, togliendole la possibilità di potersi affermare nei grandi palcoscenici contro le squadre più blasonate penso non sia corretto.

Non è un controsenso lo sdegno per la SuperLega e l’approvazione per la Coppa Italia che diventerà un’esclusiva per le formazioni di A e B (anche se sembra ci sarà un apertura ad alcune squadre di Lega Pro)?

 Bisogna valutare attentamente questo discorso, perché non vorrei che sia stato fatto per allegerire il numero di partite nei prossimi anni, non dimentichiamoci che quest’anno ci sarà l’Europeo, il prossimo anno il Mondiale. Quindi se questa scelta fosse solo una questione di pochi anni, ci potrebbe anche stare. Ma ribadisco, solo se non fosse una soluzione definitiva, altrimenti la troverei scorretta. Togliere questa competizione ai club delle serie minori può essere un grosso problema per loro, anche perché queste partite portano entrate economiche, marketing. Questa Coppa deve essere un locomotore per lasciare in vita queste società, che possa essere d’aiuto per arrivare a fine dell’anno.

Cosa cambieresti di questo calcio moderno?

Sinceramente non cambierei nulla, la cosa che mi dispiace è che l’evoluzione di questo calcio sta facendo sparire il classico numero 10, non esistono più i Baggio, i Del Piero, i Mancini, non ho più individuato un vero regista d’attacco. C’è molta più tattica e meno fantasia, ma allo stesso tempo, da mister, non puoi pensare di imporre il tuo sistema di gioco, anche se in passato ha portato risultati, senza tener conto delle caratteristiche dei propri giocatori. Un altro aspetto su cui bisogna lavorare molto in Italia è dare maggiore importanza ai settori giovanili, perché quello è il motore per il futuro, andiamo troppe volte a cercare talenti in giro per il mondo senza investire sul grosso potenziale che abbiamo in casa.

Parliamo del tuo rapporto col Parma. Tanzi ti blindò e tu accettasti di diventare una bandiera, pensi che al giorno d’oggi possano ancora esistere figure come te?

L’evoluzione del calcio sta eliminando anche questa figura, non sembra che le attuali società abbiano quest’interesse. Io con molta serenità e senza rimpianti ho sempre fatto scegliere la mia società sul mio futuro, questo perché ero in una società ambiziosa e affamata di trofei, infatti abbiamo vinto molto, oltre quest’aspetto c’era anche un ruolo futuro che però è svanito in seguito al crac Parmalat.

Il Parma di oggi invece ha fatto forse la peggiore stagione di sempre, nonostante una società solida e ben strutturata.  Cosa non ha funzionato? 

Credo che si debba partire da un presupposto, che per ogni categoria ci vogliano le persone di quella categoria, parlando di mercato invece, penso che quello estivo non sia stato fatto bene. Bisogna poi comunque dare atto alla società che a gennaio ha messo mano al portafoglio facendo investimenti importanti con giovani promettenti che però non sono bastati. Purtroppo ha pagato l’inesperienza di una squadra molto giovane che era entrata in un tunnel di paura che gli ha fatto perdere numerose partite. Si son persi moltissimi punti nei minuti finali, c’era troppa rassegnazione e in un clima del genere è difficile risollevarsi, ho sofferto davvero molto quest’anno.
  E sul futuro? 

Sono molto fiducioso, non conosco direttamente la nuova proprietà, ma ha dato ottime impressioni. Hanno dimostrato di voler bene al Parma e alla città e sono sicuro che il prossimo anno risaliranno subito, ne sono convintissimo.

Nella tua carriera hai giocato con molti campioni, sia nei club che in nazionale, con chi hai legato di più? Ci racconti qualche aneddoto di quegli anni?

 Proprio ieri per esempio mi son videochiamato con Tino Asprilla, capita spesso che ci sentiamo io e lui per aggiornarci sulla nostra quotidianità, ma come con lui tanti altri, ad esempio Cannavaro. Mi viene in mente un bel siparietto a cui a farne le spese fu Stanic. Faceva molto freddo ed eravamo a bordo piscina, Fabio d’accordo con me mi sfidò a buttarmi in piscina per 500 euro sapendo che il buon Mario avrebbe rilanciato con una cifra ben più alta. Questo bastò per farmi fare un bel tuffo ed incassarmi la somma offerta da Stanic, per poi spartirmela con Fabio, anche se ovviamente poco dopo restituivamo subito tutto. Queste per esempio era uno dei tanti episodi che servivano a cementare un gruppo e renderlo imbattibile.
Quanto ha contato la forza del gruppo in quel Parma? 

I primi due trofei arrivati sono giunti grazie a questo. Eravamo tutti sconosciuti, ma un gruppo solidissimo che ci ha portati a vincere la Coppa Italia e l’anno successivo la Coppa delle Coppe e non eravamo uniti solo come squadra. Ci allenavamo in un parco pubblico e li sentivamo il calore di una città intera, questo è stato il segreto dei nostri primi successi.