de andrèÈ una sensazione strana, questa. Quando ti dicono che è morto David Bowie e tu ti senti la scolaretta che non ha fatto i compiti, perché di lui conosci troppo poco. Alcuni suoi brani li canticchi e ti piacciono, magari alzi il volume quando passano in radio e ti lasci avvolgere mentre guidi, la sera tardi, tornando a casa. Ma ti sentiresti un po’ ipocrita ad osannare qualcuno che è stato per te una canzone nello stereo la domenica mattina, una cantata stonata sotto la doccia, nulla più.

Oggi invece, preferisco nascondermi ancora un po’ sotto le coperte, accendere il computer e alzare il volume, mentre le parole di Fabrizio De André contrastano il ticchettio delle mie dita sulla tastiera. Le canzoni del cantautore genovese hanno, per me, lo stesso effetto che la famosa “madeleine” aveva sul giovane Proust alla ricerca del suo tempo perduto: prima ancora di rendermene conto, mi ritrovo nel sedile posteriore della macchina di papà, direzione mare.

Il canovaccio è sempre lo stesso: la famiglia in partenza, le figlie assonnate si addormentano sulla spalla più vicina, gli adulti parlano a bassa voce, per non svegliarle ancora. E Faber, chiuso nella sua musicassetta logora, avvolge il tutto. Papà amava cantarci sopra, non sapeva trattenersi, e sottolineava ogni parola, ogni pausa, ogni nota. Non è mai stato un esperto di musica, ma che fosse in grado di farmi rivivere quelle immagini non ce n’era dubbio. Ci spiegava le sfumature dei vicoletti di Genova, il paradosso della corda dorata con cui Geordie è stato impiccato, la paranoia dell’uomo e la sua fragilità, gli amori che vanno e che vengono, l’infinità di anime salve che ci circondano.

Faber è forse l’unico autore che ho digerito pian piano, chilometro dopo chilometro, estate dopo estate. “Fermati e ascolta: è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati. Pensi ci sia una dichiarazione d’amore più bella?”, mi chiedeva alzando il volume sulle note di Giugno ’73. Ogni parola è per me suono, odore e sapore di posti mai esplorati, di emozioni forse non ancora vissute a pieno, di ricordi che alle volte mi piace tornare ad accarezzare.

È stata la voce silenziosa ma martellante della mia coscienza. Quella che mi invitava a non fermarmi mai alla superficie, a sperimentare, a non credere mai a nessuno, nemmeno a me stessa, ma ad aprirmi a tutti, sempre, con estremo interesse.

A diciassette anni dalla sua morte, non rimpiango il suo destino. Forse, un po’ di più, il mio. Rimpiango l’assenza di una voce calda, con poche idee, ma in compenso fisse, in continua direzione ostinata e contraria. Rimpiango la sensibilità dell’attenzione ai margini, alle cose apparentemente di poco conto, che fossero le debolezze degli esseri umani, le categorie sociali o i sentimenti.

Ovunque sia, mi piace cercarlo ancora qua, tra un bicchiere di vino e una chitarra appena accordata. E mi ostino a pensare che abbia lasciato qualcosa di più di una canzone da intonare malamente: una speranza più alta e forte, ogni volta che ci fermiamo ad ascoltarci, ogni volta che non ci arrendiamo, ogni volta che abbandoniamo i diamanti, convinti che sarà sempre lì, dal letame, che continueranno a nascere i fiori.