“Non è giusto”, “Non è vero”, “Non può essere”.

Ognuno di noi l’ha detto o l’ha pensato alla notizia della morte di Kobe Bryant. Perché va bene tutto ma l’uomo ha bisogno di un po’ di tempo. Non si può passare così velocemente dall’addio di Kobe Bryant che si congeda dallo Staples con una partita impossibile da descrivere, all’addio a Kobe Bryant, morto a 41 anni in un incidente con l’elicottero.

E quindi ti ritrovi in un attimo depredato del tuo idolo di una vita, dell’unico uomo che ti ha fatto venire il dubbio “Ma sarà davvero MJ il più grande di tutti?”, di quello che non potevi non adorare anche se tifavi Boston o se “i Lakers di Magic però erano un’altra cosa”.

Kobe era Kobe. Un uomo diventato leggenda dalla prima occasione che gli è stata concessa: fuori Shaq per 6 falli, lui rookie, si carica la squadra sulle spalle e la trascina alla vittoria. Un uomo rimasto leggenda anche nella sua ultima partita, con 60 punti in uno Staples Center gremito, dove furono chiamati a raccolta tutti i personaggi più influenti degli Stati Uniti. Nelle prime tre file in pratica c’era tutta la cultura sportiva, musicale, letteraria, cinematografica e televisiva dell’America contemporanea. Tutta radunata per vedere l’ultimo episodio del Farewell Tour, l’ultima partita di Kobe Bryant. Convinti che non sarebbe stato nulla di normale.

Ricordo che quella notte anche io accesi la tv e con il mio coinquilino guardai la partita. La 82esima di una stagione anonima dei Lakers, gli sfidanti di serata gli Utah Jazz ancora in corsa per un posto nei playoffs ma vincolati dal risultato della loro diretta concorrente. In altre parole, era una partita importante solo per via dell’addio di Kobe.

“Ma scusa, mettiamoci la sveglia e guardiamo solo l’ultimo quarto no?”

“Eh lo so, ma sai com’è con Bryant… Non puoi mai sapere…”.

La partita la si guardò tutta. Ad ogni tiro preso dal 24 ci si stupiva per la sfacciataggine e ogni volta che la retina si accartocciava su stessa era una gioia, uno stringere il pugno, uno stupore. Alla sirena, Bryant, segno sessantadue punti, giocando letteralmente da solo gli ultimi 10 possessi della partita e segnando ogni singolo canestro che fosse necessario a vincere la partita. I commentatori italiani ironizzavano sulla romanticità della faccenda e su come, visto che la storia sembrava disegnata a tavolino, forse forse la vicinanza con gli studios di Hollywood potesse non essere una coincidenza.
Ma con Kobe non si può mai sapere.

In quella partita notai una cosa incredibile: i volti degli avversari. Ad ogni suo canestro si guardavano sconcertati cercando di giustificarsi.

“Hai visto pure tu, io più di cosi in difesa non so che cosa fare!”

“In questa azione l’abbiamo marcato in tre contemporaneamente, ma ci ha tirato sulla testa!”

“Non è giusto”, “Non è vero”, “Non può essere”.

Avevano ragione i suoi avversari di una vita, abbiamo ragione noi tifosi di una vita. Ma Kobe è così e con lui non si può mai sapere.

Grazie di tutto, Black Mamba.