Inutile girarci intorno, il Salone del Libro di Torino 2019 sarà ricordato per la polemica feroce intorno ad un piccolo editore di estrema destra. Con buona pace dei tanti autori, editori, eventi e, soprattutto, libri.
Un breve recap della vicenda: un editore di estrema destra, Altaforte, ha chiesto ed ottenuto, pagandolo regolarmente, uno spazio (molto piccolo) al salone del Libro di Torino, evento culturale molto famoso e molto atteso. Altaforte è una casa editrice vicina a Casa Pound, il cui proprietario è un ragazzo romano noto per diverse aggressioni fasciste a ragazzini e militanti di sinistra oltre che alla polizia. Tra i libri pubblicati spiccano volumi pieni di revisionismo storico, teorie anti gender e preoccupate dissertazioni sul razzismo che subiscono le persone bianche. Quest’anno però esce anche un libro intervista a Matteo Salvini, personaggio politico del momento, e questo ha acceso i riflettori su una realtà normalmente molto ma molto di nicchia.
Si è alzato subito un polverone, dovuto anche al fatto della condivisione di notizie, rivelatesi infondate, di una presentazione del libro in grande stile con Salvini stesso. Il direttore del Salone, Nicola Lagioia, ha cercato di calmare le acque spiegando come non ci fosse nessun evento in programma su quel libro e che lo spazio espositivo di Altaforte è davvero esiguo. Inoltre ha anche cercato di spiegare che non è esattamente semplice voler essere un evento culturale e plurale e allo stesso tempo decidere arbitrariamente di escludere qualcuno per le proprie idee. Vi invito a leggere i vari lunghi post su Facebook di Lagioia stesso per farvi una idea migliore.
L’argomento è molto complesso perché richiama ulteriori tematiche molto complesse a loro volta: libertà di pensiero e parola, necessità organizzative, opportunità culturali, tolleranza degli intolleranti, ecc. Alcune sono poi davvero sottili: se è vero che l’entità casa editrice Altaforte non si dichiara fascista e non pubblica materiale che incita al fascismo (non commettendo reato) e altresì vero che il suo proprietario e capo è un fascista che si dichiara orgogliosamente tale e che vorrebbe che il fascismo tornasse (commettendo reato). Che si fa? La risposta a questa domanda è davvero difficile perché va a toccare valori e idee che sono leggermente diverse in ognuno di noi.
Prova ne è che le reazioni a tutto questo sono state quanto più diverse possibili. Hanno iniziato alcuni scrittori del collettivo Wu Ming, decidendo di non partecipare al Salone per non condividere lo spazio con i fascisti di Altaforte e Casa Pound. A loro si sono aggiunti ANPI, Cgil, il museo di Auschwitz, Zerocalcare e la lista si allunga di ora in ora. Al contempo altri autori – Murgia, Raimo e altri – hanno invece confermato la loro presenza alla kermesse proprio per combattere culturalmente la presenza fascista al Salone.
Anche qua: andare e “combattere” o non andare per “protestare”? Altra domanda di difficile risposta.
Personalmente credo che facciano bene tutti. Ma proprio tutti.
Fa bene Altaforte a pubblicare quei libri. I risultati di vendita sono davvero modesti e i contenuti sono spesso davvero risibili ma io credo fermamente che tutti debbano avere la possibilità di esprimersi, anche per dire cose abominevoli (purché non commettano reato). Sta all’intelligenza delle persone che leggono (o ascoltano) quella roba capire di cosa si tratta. Non tutti sono d’accordo con questa mia posizione ultra liberale e lo capisco bene.
Fa bene l’organizzazione del Salone ad accettare la loro presenza con uno stand (nel nome della pluralità e della domocrazia) ma a non dargli spazio per eventi che avrebbero un fine propagandistico. Spazio ai fascisti per fare propaganda fascista se ne sta dando anche troppo. Può sembrare che vada in contraddizione con la libertà di parola di cui ho scritto letteralmente poche righe più sopra, ma secondo me stiamo parlando di una differenza sottile. Un conto è permettere la diffusione di libri e materiale che parla, anche in modo controverso, di storia e attualità, un conto è permettere a delle persone di dire che ci vuole il ritorno del Duce e lo sterminio di ebrei, rom, immigrati, omosessuali, ecc.
Lo dice anche l’articolo 21 della Costituzione quando afferma che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». E giustamente il Comitato di Indirizzo del Salone ha ribadito che «tocca alla magistratura giudicare chi persegua finalità antidemocratiche. È pertanto indiscutibile il diritto per chiunque non sia stato condannato per questi reati di acquistare uno spazio al Salone e di esporvi i propri libri».
Fanno bene gli autori che vanno al Salone in nome di quei principi appena elencati e per “combattere” l’editore di estrema destra ribadendo la superiorità culturale della democrazia e della tolleranza.
Fanno bene anche gli autori che invece non ci saranno e che hanno deciso di non riuscire a tollerare quella presenza nel Salone. Personalmente io condivido in pieno quello che ha scritto Zerocalcare e che vi invito ad andare a leggere nella sua interezza. Zero ne fa un discorso assolutamente personale, una decisione che è figlia della sua storia personale, della sua militanza politica e in qualche modo sociale.
Fanno meno bene, o quantomeno li trovo un po’ ipocriti e opportunisti, i tanti autori semisconosciuti che in queste ore stanno facendo il giochino del “mi si nota di più se ci vado o se non ci vado?”. Non sono pochi e in parte capisco il loro dramma: per loro il Salone è una occasione di visibilità e la mancanza di alcuni grandi autori rischia di far crollare gli ingressi (io non credo che succederà). Allo stesso tempo, capisco anche chi per anni ha fatto l’antifascista convinto ma non può non andare al Salone perché è la sua unica occasione annuale per mostrare al pubblico il suo lavoro. Altri autori (pochi per il momento) stanno invece organizzando eventi al di fuori del Salone ma vedo già in queste ore alcuni “cambiamenti d’opinione” in base a logiche personalistiche che non approfondirò qua.
Fanno malissimo tutti quelli che chiedono una estromissione dell’editore in nome di fantomatiche rivendicazioni storiche e sociali. In realtà è solo un modo per tenere lontano dagli occhi una realtà che purtroppo è presente, un non voler vedere invaso uno spazio che si considerava sacro e inviolabile. La reazione è capibile ma molto pericolosa. Oggi è un editore di estrema destra, domani potrebbe capitare a un editore che non gode di certe simpatie (mi verrebbe da citare la brutta polemica intorno alla nuova traduzione de “Il Signore degli Anelli”, che vede coinvolte denunce, diffide ed estromissioni da eventi) politiche o culturali.
Bisogna sempre fare attenzione all’appropriazione culturale di alcuni valori e/o spazi, il rischio è di diventare il “fascista” di qualcun’altro.