Il movimento Black Lives Matter ha investito profondamente il mondo anglosassone, eterogeneamente e con intensità diversa si è esteso anche al resto dell’Occidente portando con sé significati diversi a seconda dei contesti nazionali.

Se negli USA la manifestazione è orientata a combattere radicati valori di suprematismo bianco che, nella causa economico-urbanistica trova la sua fondante componente di diseguaglianza sociale, in Europa il significato si è concentrato soprattutto sul tema degli “ultimi”, con particolare riguardo ai migranti.
Dalla lotta di piazza le azioni dei manifestanti si sono progressivamente ampliate sino all’iconoclastia: numerosi gli abbattimenti nelle città, tra USA e Regno Unito, di statue raffiguranti personaggi storici locali dal controverso passato, come nel caso di Colombo o Churchill. Si tratta, insomma, di un ulteriore livello assunto dalla protesta popolare.

Questo livello non è una novità contemporanea di una generazione sprezzante del passato come alcuni boomer si sono frettolosamente prodigati a commentare, ma è un qualcosa insito nella natura della storia e della politica umana: tutte le proteste sono state storicamente caratterizzate da una deriva iconoclasta.
Analizzare tale livello è operazione necessaria al fine di evitare l’inutile dualismo che si sta alimentando tra i suoi sostenitori e i suoi contestatori.

È il caso dell’odierna sinistra che, priva di una propria identità e ideologia, si arrocca su posizioni estremiste sostenendo acriticamente l’abbattimento, giustificandolo con ogni mezzo anche contro le proprie radici di critica sociale del sistema che l’ha contraddistinta lungo tutto il Novecento.
Dall’altra parte, vi è una destra liberista e populista che, scevra da ogni contatto realista e dall’alto della sua posizione privilegiata di bianca, etero, maschilista e benestante, rifiuta con solida superficialità il fenomeno. Senza analisi, dunque si ha solo una contrapposizione senza nessuna comprensione della protesta e senza considerazioni di diversa natura.

Un primo elemento è la storia. Dai racconti di Omero sino all’abbattimento della statua di Saddam Hussein, la storia è costellata di gesta di questo tipo, ove il susseguirsi dei vincitori ha generato una stratificazione delle memorie collettive finendo a costruirne una predominante e universale cancellando quasi del tutto quelle degli sconfitti: è il caso di quella colonialista, l’unica in Occidente e la più forte nel resto del mondo. Una memoria caratterizzata dalla narrativa suprematista bianca, patriarcale e capitalista in cui a essere iconizzati sono personaggi che hanno conseguito vittorie o contribuito a rendere ancora più forte il dogma della società bianca.

Per queste ragioni Winston Churchill è considerato un liberatore in Europa, ma un sanguinario podestà in Asia. Questo introduce il secondo elemento, il paesaggio. Le memorie sono connesse al territorio, oltreché che con la storia.
Il paesaggio altro non è che una plasmazione collettiva e stratificata del territorio, atta a descrivere la comunità che lo abita e il suo rapporto con la storia e il territorio stesso. I grattacieli sono in questo senso un ottimo esempio: nati in Occidente come icona di glorificazione del sistema capitalista, si sono diffusi in tutte le principali capitali nazionali contribuendo a determinare un’omologazione dei singoli paesaggi nazionali ai valori del capitalismo occidentale e lo fanno tramite l’edificazione di questi monumenti privi di una propria identità legata ai luoghi che occupano.

Questo introduce il terzo elemento, quello del monumento e del suo intrinseco valore estetico. Nell’epistemologia della storia dell’arte sono riconosciuti tre caratteri ai monumenti: le finalità per cui sono realizzati, divise tra la celebrazione (statue) e la pratica (chiese), il significato, cui è associato un mutamento di interpretazione politica e sociale nel corso della storia e, infine, il valore estetico-artistico, labile in funzione della sensibilità al concetto di bellezza e alla costruzione che ne fa il suo osservatore nel corso del tempo.

Per questo insieme di ragioni, è impossibile scindere in un’opera il suo valore simbolico dal suo valore estetico-artistico e allo stesso modo determinare una descrente importanza del primo rispetto al proporzionale incremento del secondo: la grande bellezza delle piramidi di Giza non può rendere più sopportabile la crudeltà che si celò dietro la loro edificazione o l’enorme disuguaglianza tra sovrani e masse che contribuirono a rimarcare.

Dall’analisi di questi elementi, si desume come l’iconoclastia basi la propria lotta esclusivamente sul simbolismo, ossia sul mero gesto dell’abbattimento e di cosa esso rappresenti, escludendo così dalle sue gesta il valore artistico insito nell’opera con il totale rifiuto dell’analisi di tempo e luogo di quel simbolo, tutto questo esclusivamente tramite lo sguardo del presente.

Distruggere una statua, dunque, non elimina un problema sociale, ma aggiungerne un elemento celebrativo al suo fianco o darne una maggiore spiegazione sicuramente potrebbe contribuire a un migliore dibattito. Storia, arte, società e paesaggio del resto sono strumenti complessi e mutevoli, rifiutare la loro contestualizzazione multidisciplinare e l’analisi dei processi che portarono alla loro edificazione è una manifesta volontà di rifiutare ogni complessità, atteggiamento tipico della modernità che predilige superficialità e sintesi, con il risultato finale di abbattere ogni possibilità di confronto e approfondimento.

Dal rifiuto del confronto basato su complessità e critica nasce del resto la necessità politica dell’iconoclastia e delle sue gesta; da questi mutano i simboli e i valori attribuiti ai monumenti stessi. Rifiutarla non fa che alimentare la divisione. È dunque un elemento su cui non si può soprassedere solo per sostenere forzatamente il loro abbattimento annichilendo il valore stesso della critica, come alcuni simili “influencer” tentano di imporre rifiutando ogni complessità, dramma che li interessa, specie quelli dotati o prossimi a una laurea in storia o sociologia che per la massa di like rifiutano l’analisi della massa, popolare.