“Non è più una questione di indipendenza, ma di dignità”. Questa frase di Manuel Castells, noto sociologo spagnolo, mi sembra emblematica per commentare i fatti legati al Referendum per l’indipendenza della Catalogna.

Referendum che ormai imperversa nelle notizie di cronaca internazionale, a causa della forte repressione del Governo spagnolo di Mariano Rajoy sui cittadini catalani che hanno espresso il volere di recarsi alle urne. Il grido all’autodeterminazione si è levato forte in tutta Europa, in solidarietà ai cittadini catalani che si sono visti negare uno dei diritti fondamentali della democrazia.

Il tema degli indipendentismi non è certamente legato solo alla Catalogna. Dalla Scozia, alle Fiandre, ad alcune zone del Nord Italia, per citarne solo alcuni, periodicamente in alcune regioni d’Europa si infiamma il desiderio di autonomia, legato a radici storiche e culturali che creano un’identità distinta da quella del resto della Nazione. Questo tema potrebbe essere affrontato sotto molti punti di vista diversi. Cerchiamo di affrontarlo dal punto di vista del diritto internazionale.

Il diritto internazionale è una disciplina in continua evoluzione, plasmata dalla storia e dalle necessità degli Stati. Proprio per questo, spesso tale disciplina non sa dare delle risposte definite ai problemi che insorgono a livello internazionale, lasciando delle zone grigie. Il principio di autodeterminazione dei popoli, di cui si è molto parlato in riferimento al caso catalano, può essere considerato una di queste aree, in cui i confini si fanno sempre meno definiti.

Il diritto all’autodeterminazione fa parte di quei principi inderogabili del diritto internazionale detti di jus cogens (diritto cogente), sviluppati dalla giurisprudenza della Corte internazionale di giustizia e dalla prassi delle Nazioni Unite, che lo hanno affermato in diverse Convenzioni. Il principio dell’autodeterminazione esprime il diritto a “determinare liberamente, senza interferenze esterne, il proprio status politico e il proprio sviluppo economico, sociale e culturale”.

Questo diritto comincia ad affermarsi durante il processo di decolonizzazione negli anni ’60 e viene definito come “principio di autodeterminazione esterna”, in quanto difende il diritto dei popoli all’indipendenza da un dominio straniero. Il diritto internazionale non affronta invece in maniera chiara il tema dell’autodeterminazione interna, che riguarda la richiesta di maggiore autonomia da parte di minoranze nazionali. Pur garantendo il diritto delle minoranze al riconoscimento e alla partecipazione alla vita politica del Paese (riferendosi soprattutto ai casi di segregazione razziale), il quadro giuridico in questo caso risulta molto più frammentario e confuso. Inoltre, il diritto internazionale non prevede un vero e proprio diritto alla secessione, ma, citando la Professoressa Sterio su Opinio Juris, “al massimo lo tollera”, per esempio in conseguenza di gravi violazioni dei diritti umani. La difesa dell’integrità territoriale rimane saldamente ancorata alla comunità internazionale.

Questa confusione dà adito a molti dubbi sull’effettiva legalità del Referendum catalano, che, come molti spagnoli sottolineano, non rispetta neanche le norme costituzionali spagnole.

La Ley de referéndum de autodeterminaciòn non ha infatti ricevuto né l’approvazione della Corte costituzionale spagnola né ha rispettato l’iter di approvazione dei due terzi del Parlamento catalano. Inoltre, l’articolo 2 della Costituzione spagnola sancisce “l’indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. Autonomia che in questi anni sembra essere stata rispettata dal Governo di Madrid. Perché quindi la Catalogna desidera così fortemente l’indipendenza dalla Spagna?

Per uno dei motivi più vecchi del mondo: la Catalogna, con il 16% della popolazione, fornisce il 19% del PIL spagnolo e rivendica maggiori diritti sull’uso delle proprie risorse. Avendo ottenuto un secco no da parte del Governo spagnolo alla richiesta di maggiore autonomia, la soluzione referendaria è rimasta l’unica opzione del Governo di Puidgemont.

In conclusione, dal punto di vista giuridico, possiamo affermare che il Referendum catalano no, non può dirsi legale.

MA

Sebbene il Referendum non possa dirsi rispettoso del diritto spagnolo, le cariche della polizia non possono certo definirsi una reazione proporzionale al pericolo provocato da cittadini disarmati e non violenti. Le foto di cittadini giovani e anziani trascinati per i capelli e colpiti dai manganelli che rimbalzano sui social hanno provocato lo sdegno di tutto il mondo, sorpreso che in uno Stato nel cuore della democratica Europa possano verificarsi simili episodi di violenza e autoritarismo. Ormai non si tratta più di sole questioni legali: siamo purtroppo di fronte a una chiara violazione dei diritti umani.

Questa situazione ha destato il ricordo di un passato autoritario della Spagna ancora troppo vicino e mai affrontato con la dovuta lucidità da permettere un dialogo pacifico tra le due parti. La reazione del Governo, con l’intervento della polizia, ricorda tanto un Franchismo di altri tempi che non può essere tollerato. La mancanza di una effettiva resa dei conti con il proprio passato in questo caso rende palese le sue tragiche conseguenze.

Il contrasto con il vicino referendum in Scozia del 2014 salta lampante ai nostri occhi. Per quanto le istanze indipendentiste scozzesi non fossero meno rilevanti di quelle catalane, il Premier Cameron diede il consenso ad effettuare il voto, che comunque non risultò nella nascita di un nuovo Stato scozzese. La reazione autoritaria della Spagna, che ha causato centinaia di feriti, non potrà che produrre un effetto contrario nelle menti dei cittadini catalani, la cui maggioranza, secondo i sondaggi effettuati prima del Referendum, avrebbe comunque votato per rimanere insieme allo Stato spagnolo. Sedersi nuovamente al tavolo delle trattative sarebbe stata la conseguenza più logica e pacifica.

Quali saranno le conseguenze dei fatti del 1° ottobre sul futuro della Catalogna? Forse causerà l’acuirsi di un sentimento di lontananza dallo Stato e il desiderio di indipendenza, o peggio, il diffondersi della violenza da entrambe le parti e il rischio di far sprofondare la Spagna in una forte crisi politica. Senza dimenticare il possibile effetto domino nei Paesi Baschi e nella Galizia, mettendo a rischio anche il traballante equilibrio del resto d’Europa. Esattamente l’effetto opposto che la Spagna avrebbe dovuto ricercare.