willyGli anni ’90 sono gli anni che hanno segnato la mia infanzia e forgiato parte di quello che è il mio carattere e il mio modo di pensare. Il sogno della mia vita è quello di incontrare il dottor Emmett Brown e Marty McFly per poter tornare indietro nel tempo insieme alla loro DeLorean, perché credetemi, mi piacerebbe veramente tanto tornare a vivere in quel meraviglioso decennio. Nonostante questo, però, ci sono alcuni dettagli degli anni ’90 che, effettivamente, vorrei non dover più rivivere:

1. LE ACCONCIATURE. Non che quelle di moda oggi, soprattutto tra i maschi, siano favolose, anzi, però avendo vissuto di persona e a lungo il trauma del taglio a scodella, se tornassi indietro nel tempo vorrei veramente non subire più la tortura di essere obbligata a portarlo. Non esiste una sola ventenne di oggi che, durante i suoi prim883-la-dura-legge-del-gol-musicassettai 10 anni di vita, non sia stata obbligata a portarlo e questa disgrazia è toccata anche a tanti bambini dell’epoca, che in alternativa portavano quell’orribile e disgustoso mezzo codino dietro la nuca che finiva in un ricciolo e lo faceva somigliare alla coda di un maiale. Ve lo ricordate anche voi, vero? Tremendo, assolutamente tremendo; (Sara Martini)

2. Dover RIAVVOLGERE IL NASTRO di una musicassetta/videocassetta ogni santa volta. Non fraintendetemi: io le amo entrambe e proprio recentemente pensavo a quanto sarà triste la vita dei miei eventuali futuri figli, che non potranno assaporare la bellezza di incastrare una videocassetta dentro il videoregistratore perché infilata al contrario, però era davvero fastidioso farne partire una per poi accorgersi che chi l’aveva usata prima di te non aveva riavvolto il nastro. A quel punto non potevi fare altro che aspettare un’eternità affinché tutto il nastro fosse riavvolto per poter finalmente guardare Gli Aristogatti o ascoltare l’ultima audiocassetta degli 883; (Sara Martini)

3. LA SALOPETTE. Qualsiasi bambino, maschio o femmina che fosse, è stato obbligato a indossarla almeno una volta nella sua vita e nonostante oggi pare siano tornate di moda, io continuo a guardarle con terrore. La salopette non era nient’altro che una trappola infernale, che ti faceva piombare nello sconforto totale ogni volta che dovevi andare in bagno e anziché abbassarti semplicemente i pantaloni, ti toccava impiegare mezz’ora a sbottonare quei maledetti bottoni posti all’altezza del petto; (Sara Martini)

salopette-54. IL RULLINO. Anche in questo caso non fraintendetemi: io amo le foto fatte con una macchina fotografica a rullino, amo la qualità delle foto degli anni ’90 e amo cento volte di più sfogliare un album di foto vecchie anziché guardarle da uno schermo. Ma era davvero noioso dover aspettare tutte le volte che il fotografo sviluppasse il rullino per vedere come fossero venute. Senza contare che poi ci si doveva rassegnare al fatto che ogni volta almeno due o tre foto andavano sprecate perché venivano fuori sfocate oppure coperte a metà da una luce paradisiaca. (Sara Martini)

5. IL FLOPPY DISK. Forse ora è solo più mitologia, come l’Unicorno e il Minotauro, ma che ci crediate o no il Floppy Disk è esistito veramente. Oggigiorno su un floppy non ci starebbe nemmeno una canzone mp3, eppure venti anni fa, in quei 1,44 Mb di spazio tu dovevi archiviare tutta la tua vita. Ma restando in tema tecnologia una delle cose più assurde era che per premere il tasto d’arresto sul un computer bisognava aspettare la comparsa della scritta arancione su sfondo nero “E’ ora possibile spegnere il computer”. La prima volta che vidi un computer spegnersi da solo non credevo ai mei occhi. (Massimiliano Manzo)nhuic

6. LA CULTURA TRASH. Sia chiaro, anche oggi siamo circondati da un mondo pieno di immondizia, ma negli anni ’90 la cultura trash era veramente qualcosa di imbarazzante, dal playback del Festivalbar ai comizi di Massimo D’Alema. Chi di voi, come me, era bambino in quegli anni non può certo aver dimenticato i meravigliosi pomeriggi passati davanti a Solletico: il più bel programma che abbia mai visto. E non solo perché Elisabetta Ferraccini è stata, insieme a Rachel Green di Friends, il primo grande amore della mia vita, ma anche perché, tolto l’odioso Lenticchia con la sua presunta tossicodipendenza e Mauro Serio che ancora oggi è il portabandiera dei personaggi falliti di mamma Rai, era un prodotto originale e divertente. Tuttavia, in tempi recenti alcuni conoscenti mi hanno fatto notare l’ambiguità della sigla. Effettivamente vi consiglio di riascoltarne il testo. Ma ciò che più di tutto rappresenta l’emblema del trash anni ’90 sono i maglioni che ci facevano indossare i nostri genitori. Quei maglioni larghissimi, con i ricami di rombi, quadrati, alberi e renne di Babbo Natale. Penso che tutti noi almeno una volta, sfogliando le vecchie foto, abbiamo pensato di andare da nostra madre a dirle “Ora spiegami con che coraggio tu mi vestivi in quel modo”. Poi i maglioni sono passati di moda, Solletico e solleticoFesivalbar hanno chiuso e i battenti e Massimo D’Alema purtroppo continua ad rimanere dov’era vent’anni fa. (Massimiliano Manzo)

7. LE RICERCHE IN BIBLIOTECA. Ve lo ricordate il panico che si creava quando la maestra ti dava come compito a casa quello di fare la ricerca sul Trentino Alto Adige? Era il terrore puro. Ma non tanto perché ti stavano sulle palle i mezzi-crucchi delle Dolimiti, ma perché fare una ricerca significava andare in biblioteca, mettersi a spulciare su una valanga di libri, cercare tra centinaia e centinaia di pagine, sottolineare le cose più importanti, andare a sedersi sull’unico computer disponibile nella sala, aprire Office ‘95, pregare Dio che tra le immagini e il resto il documento pesasse meno di 1,44 Mb in modo da poter salvare tutto su un Floppy (se l’Hard Disk della tua mente ha dimenticato cos’è un floppy vedi punto 5), aspettare cinque minuti per salvare mezza pagina di Word, spegnere il pc e attendere un altro quarto d’ora fino alla fantomatica scritta arancione. maxresdefaultA quel punto potevi tornartene a casa. Inoltre a fare la ricerca non eri mai da solo, ma sempre con altri due o tre compagni di classe e per contattarli non potevi usare gli SMS, l’unica soluzione era quella di chiamarli a casa sul telefono fisso e dire “Salve, sono tizio, per caso caio e in casa?”, sperando che non rispondesse la nonna mezza sorda perché altrimenti veniva fuori un casino. Devo ammettere che usare il telefono fisso non mi manca per niente. Quello che mi manca un sacco sono le cabine telefoniche per strada. Ma non tanto per la cabina in sé, ma perché insieme a loro è morta anche la collezione delle schede telefoniche. Fare la raccolta delle schede era una cosa fighissima, emozioni che i duemila non potranno mai provare. (Massimiliano Manzo)