infophoto_20120515_110311322_low_p00010299232In questi giorni le notizie dei continui fallimenti nelle trattative tra Commissione Europea e Governo greco, nonché del referendum sull’accettazione delle misure concordate/imposte dai creditori promosso da Alexis Tsipras stanno rendendo sempre più concreto il rischio Grexit, ovvero l’uscita della Grecia dal regime di moneta unica a causa del default sui titoli di debito pubblico che senza nuovi aiuti non potrebbero più essere ripagati. Insomma, fuori dall’Euro.

Un coro angelico per Salvini, Grillo e probabilmente molti lettori, un rischio per molti valori europei e per il tentativo più forte di unire l’Europa senza ricorrere alla violenza della storia, un punto di domanda per il futuro dei cittadini greci.

In Italia il tema del rifiuto della moneta unica europea è quotidianamente al centro del dibattito politico, anche grazie ad iniziative come la promozione del (fantomatico) referendum da parte del Movimento 5 Stelle che hanno spinto i cittadini ad interessarsi del tema e a schierarsi nettamente da un lato o dall’altro della barricata, non sempre considerando appieno tutti i motivi per cui, per continuare a usare l’Euro, bisogna lottare. Non sono certamente un professorone, ma siccome pure Borghi ci ha messo bocca un sacco di volte mi permetto di farlo anche io, snocciolando alcuni motivi per cui non bisogna uscire dall’Euro.

1. In un mondo globalizzato, se non hai i più importanti mercati finanziari del mondo dopo Wall Street (UK), non sei un paradiso fiscale e vuoi rimanere tra le nazioni più ricche del mondo, non puoi permetterti di correre da solo o isolarti. Le pratiche autarchiche sono morte con gli anni Trenta e le economie sviluppate odierne, se non possono contare su centinaia di milioni di abitanti, non possono pensare di rivolgersi unicamente al mercato interno. È per questo che sempre di più si stanno creando nel mondo aree di libero scambio e unioni di Stati (NAFTA, AFTA, Mercosur, ma anche il tanto discusso TTIP) che pongono al primo posto la creazione di mercati unici e sistemi di cambi collegati al fine di creare, come ci insegna la teoria economica di base, maggiore concorrenza e quindi maggiori benefici per i consumatori.

Cambi regolati si legano a doppio filo ad aree di libero scambio, perché se devo fare affari con altri soggetti è nell’interesse di entrambi che il rischio legato al cambio valutario sia minimizzato. È per questo che dal secondo dopoguerra tra i maggiori Paesi europei, caratterizzati da forti scambi commerciali, non è praticamente mai esistito un sistema di cambi non fisso.

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2. La moneta unica non consente l’uso della leva monetaria. Non è quindi possibile per il singolo Stato “stampare” la propria moneta per dare una spinta al PIL e all’occupazione, sia grazie all’abbassamento del costo degli investimenti che grazie ad un deprezzamento dei prodotti nazionali che possa favorire le esportazioni. Questo è un limite importante, specie per una Unione di Stati che mostra ancora troppi punti di scarsa unione, ma va detto che in questo preciso periodo storico la BCE ha portato il costo del denaro a livelli pressoché nulli e il valore del cambio €/$ ha subito nel corso dell’ultimo anno una svalutazione di quasi 30 punti percentuali, garantendo un forte recupero di competitività dei prodotti europei rispetto a quelli americani.

Degli attenti attivisti del fronte no-euro potrebbero però far notare che il problema non sta in questo, ma nel rapporto tra Paesi interni all’area Euro e all’accentuazione delle disuguaglianze che comporta l’impossibilità di svalutare. Condivido pienamente questo fatto: un Paese che si trovi in difficoltà e che abbia una perdita di competitività dovuta a fattori esterni (uno su tutti, l’inflazione) deve poter svalutare la propria moneta per non ritrovarsi a correre con un handicap. Mi ha sempre colpito però l’analisi dei tassi di cambio reali effettivi tra Marco tedesco e Lira italiana tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90: in questo periodo, come in tutta la sua storia recente, il Marco tenne costante il suo prezzo (l’opinione pubblica tedesca, che nutre una esagerata fobia per l’inflazione, difficilmente tollera svalutazioni della moneta), mentre l’Italia operò numerose “svalutazioni competitive” della propria moneta, in termini nominali; considerando però i cambi reali (cioè considerando le variazioni dei prezzi dei fattori produttivi) è evidente come nonostante le svalutazioni la Lira subì una rivalutazione reale, causando una perdita di competitività per il sistema economico italiano. L’esatto contrario di quanto avvenne per l’economia tedesca.

Non andando oltre in tecnicismi, questo significa che svalutazioni nominali comportano rivalutazioni reali? Assolutamente no. Significa che per dare competitività ad un sistema servono investimenti in istruzione, ricerca, sviluppo, efficientamento del sistema e degli apparati pubblici, misure cioè che garantiscono vantaggi di lungo periodo e che un Governo oculato dovrebbe perseguire; non sono utili invece le misure monetarie che, come ogni buon manuale di macroeconomia ci insegna, hanno effetto nel breve periodo ma sono assolutamente neutrali nel medio e nel lungo, a causa delle variazioni dei prezzi e quindi dell’inflazione che, invece, rimane e può essere abbattuta solo con manovre restrittive. La moneta unica è così un incentivo all’attuazione di tali riforme, anziché alla ricerca di scorciatoie poco valide.
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3. Vivere nell’area Euro significa convivere con regole rigide, attente, austere. In una parola tedesche. Ed è un problema, specie per quei Paesi che hanno speso troppo in passato e hanno semplicemente lasciato il conto da pagare a figli e nipoti. Lasciando perdere i discorsi di sovranità e orgoglio nazionale che vengono spesso portati avanti da coloro che per primi si “vergognano di essere italiani”, bisognerebbe capire che vivere con deficit di bilancio esagerati come i nostri padri hanno fatto per tanti anni è sbagliato, controproducente e iniquo. È pertanto necessario darsi delle regole, non perché imposte dalla potente Germania, ma perché non è certo mozzando le gambe al futuro che creiamo crescita, bensì investendo con coscienza e lasciando alle generazioni future un fardello più leggero di quello che sopportiamo noi in questo periodo, riducendo quantomeno questo forte svantaggio competitivo che ci limita nei confronti di altri Paesi. Le regole varie (il 3% di deficit massimo, il 60% debito/PIL, le manovre del cosiddetto Fiscal Compact) sono tanto stringenti quanto utili per cittadini ed elettori per controllare l’operato dei Governi; in questo, quindi, la moneta unica garantisce in buona misura il rispetto di tutti quei vincoli utili per la sostenibilità di lungo periodo dei bilanci pubblici.

A tutto ciò andrebbe chiaramente affiancato un sistema di risposta agli shock esterni: rispondere alle crisi con l’austerity è chiaramente controproducente, specie se si prevedono tagli di spesa pubblica a fronte di riduzione dell’imposizione fiscale (il teorema di Haavelmo, tanto semplice quanto potente); oltre a questo servirebbero dei meccanismi di compensazione e di perequazione tra Paesi che sono chiaramente differenti (da una fiscalità comune, ad una maggiore mobilità dei fattori, in primis del lavoro), ma che necessitano di maggiore unione, non di maggiori autonomie.

4. L’Europa e l’Euro sono un vanto, un esempio di civiltà e una proiezione netta verso il futuro. In primo luogo per il già citato motivo della globalizzazione che non può in alcun modo essere fermata tramite misure autarchiche che possono essere lasciate solo al passato, in secondo luogo perché la moneta unica nacque anche – forse soprattutto – come simbolo politico: un’area con uno stesso mercato, con l’assoluta libertà di circolazione dei cittadini, con una sola moneta è un’area che si integra sempre di più e che difficilmente potrà disintegrarsi, anche se le vicende degli ultimi anni stanno seriamente minando queste certezze. Detto questo non bisogna certo astenersi dal criticare certe misure portate avanti dagli “eurocrati”, ma è intellettualmente disonesto bollare salvinianamente l’Euro come “crimine contro l’umanità”.

Chiariti quali siano, a mio parere, i punti di forza del sistema dell’Euro vorrei stancare i vostri occhi ancora per poco cercando di ribattere brevemente alle affermazioni dell’attivista del Movimento 5 Stelle intervistato dallo staff di Idealmentre.

Come già detto, la svalutazione non è la panacea contro i mali di un Paese, la cui competitività può essere incrementata nel lungo periodo solo grazie ad interventi strutturali. Il paragone con il Regno Unito inoltre regge poco: anzitutto si può notare come negli ultimi dieci anni la volatilità del cambio €/$ sia stata maggiore di quella tra Sterlina e Dollaro americano; inoltre se considerassimo vero l’assioma svalutazione/diminuzione della disoccupazione non si potrebbe spiegare per quale motivo dopo il crollo del cambio di quest’ultimo anno l’area Euro non abbia registrato un miglioramento occupazionale. Insomma, se cercare di paragonare il mercato britannico con quello italiano senza considerare la situazione istituzionale è praticamente impossibile, ricondurre tutta la causalità alla libertà in campo monetario è invece semplicemente sbagliato. Immagine1

Il secondo tema caldo riguarda la Banca Centrale Europea. Non sono assolutamente un esperto di diritto e di Trattati internazionali, tuttavia inviterei tutti coloro che criticano la natura della BCE a leggerne lo Statuto. La BCE è un ente autonomo e indipendente, che persegue i propri obiettivi statutari (in particolare la stabilità dei prezzi dell’area della moneta unica) e non la creazione di profitti. Inoltre le quote del capitale sociale sono interamente detenute dalle Banche Centrali Nazionali in rapporto al peso di ogni Stato sul PIL complessivo dell’Unione Europea. Ad esempio la Banca d’Italia possiede una quota del 12,3% e ha diritto in tale quota ai profitti generati, al netto delle parti destinate all’incremento delle riserve, e quindi del Patrimonio Netto della stessa BCE. È invece la Banca d’Italia, cioè un istituto di diritto pubblico, ad essere posseduta da banche private (Intesa Sanpaolo 30%, Unicredit 22%, Generali 6%, …) che possono ottenere i profitti nella misura della loro partecipazione ma entro tetti stabiliti. Quindi, se il problema fosse davvero il guadagno che i privati fanno sull’Euro bisognerebbe criticare e spingere per modifiche allo statuto della propria Banca Centrale Nazionale, anziché attaccare sterilmente la BCE.

Per concludere, uscire dall’Euro non porterebbe quasi sicuramente ai tanto declamati vantaggi della sovranità monetaria, perché non è la moneta a creare i vantaggi di uno Stato, ma le sue istituzioni e il suo capitale umano. Esporrerebbe invece all’isolamento e ad un progressiva riduzione dell’importanza di un Paese che ha tra le sue poche ancore l’Unione Europea.